2017 fino ad agosto

GENNAIO 2017

Impressioni su: OPERA APERTA di: Umberto Eco

Se un autore costruisse il proprio prodotto avendo presente a priori tutte le implicazioni cui l'analisi di Eco conduce, e seguendone di conseguenza le indicazioni, farebbe prima a delegare l'opera ad un robot preprogrammato, andare a farsi una passeggiata distensiva e passare al ritorno per ritirare il lavoro confezionato, giusto il tempo necessario a sottoscriverlo e a rivendicarne la paternità.

Intendo dire che farebbe solo opera seriale di artigianato industriale.

FEBBRAIO 2017

MONTALE

Dopo più di sessant'anni ho riletto Montale; avevo dimenticato o forse addirittura rimosso l'intera sua opera. Più che i gusti, a cambiare nel tempo è l'atteggiamento, l'approccio. Il Montale di oggi ha perso lo smalto del mostro sacro di un tempo.

Funambolo del neologismo, spesso criptico fino all'incomprensibile, Il suo messaggio mi arriva frammentato come il babelico balbettio di un telefono malfunzionante.

Pare prediliga l'effetto pirotecnico, voglia stupire, meravigliare a scapito del comunicare. Geniale nel destrutturare la forma la cui musicalità ed il ritmo paiono sospese tra prosa e poesia senza essere di fatto né l'una né l'altra, e allora mi chiedo fino a che punto si possa parlare di poesia. Però guai a toccare il feticcio: sarebbe eresia.

Ammettiamolo pure: sono io che non lo capisco, che per me diventa un astronauta perso nello spazio fra gli astri e i meteoriti del linguaggio, nel caotico brodo di una semantica primordiale e babelica e la sua poetica un suono indecifrabile nel rumore di fondo dell'infinito. Mi manca il decoder.

MARZO 2017

VALENTINO ZEICHEN

Anch'egli è uno di coloro che spesso confondono l'ermetico con l'incomprensibile, il criptato col destrutturato. Di coloro per i quali il linguaggio diventa solo un ammasso informe di parole, un mucchio di calcinacci dopo una demolizione da cui recuperare mattoni (parole) a caso, secondo nuovi canoni di assemblaggio, con cui costruire associazioni, ricreare nuovi concetti con metafore dissociate; come se il linguaggio esistente non fosse più in grado di trasmettere pensieri, sentimenti emozioni; descrivere ambienti e situazioni. Insomma di comunicare.

Un tempo la letteratura era preclusa solo all'analfabeta, ma per chi sapesse leggere e scrivere un libro non aveva più segreti; oggi, in tempi di alfabetismo diffuso, il saper leggere e scrivere non aiuta a comprendere certa poesia e, a volte (sempre più spesso) neppure certa prosa. L'autore gioca a fare il prezioso, il misterioso, l'incomprensibile forse con l'illusione che la grandezza sia direttamente proporzionale alla complicatezza.

Trilussa così scriveva nella satira dal titolo "L'uguaglianza":

« … se ti senti la forza necessaria

spalanca l'ale e viettene per aria,

se nun t'abbasta l'anima de fallo

io seguito a fa l'aquila e tu er gallo».

La satira allora era politica, ma adattabilissima al nostro caso: se l'autore si sente "aquila" e il lettore (di primo livello avrebbe detto Eco) trovandosi nella condizione ruspante del "gallo" nel legittimo diritto di comprendere, reclamasse l'uguaglianza per l'inalterabilità semantica del linguaggio e quindi gli dicesse:

« …Siccome te ne stai sulla montagna

bisogna che abolimo sta distanza

perché non è giusto né civile

ch'io stia tra la monnezza d'un cortile,

ma sarebbe più comodo e più bello

de vive ner medesimo livello».

invitandolo cortesemente a volare un po' più basso, a chi dare ragione?

« … spalanca l'ale e viettene per aria …».

Bella esortazione, ma valevole per chi fosse ancora analfabeta.

Che tu autore ami volare alto mi sta bene ed io sono pronto a sbattere le ali per raggiungerti, ma se tu vai oltre il limite di visibilità io, non vedendoti, non so neppure che esisti e se per me non esisti non ho neppure lo stimolo ad invidiarti e conoscerti; tanto meno ad imitarti.

In altre parole hai fallito lo scopo (comunicare) per cui fai la fatica di scrivere.

Dove va a finire l'universalità dell'arte se si riduce a delle cineserie di moda?

La tua sarà anche poesia, ma è poesia per i "Guru" (i critici) che dicono di capirti e pretendono di spiegarti a un popolo che, visto dalla loro cattedra, è sempre e solo un popolo "bue".

E sì, perché anche i critici pare facciano come te e le loro interpretazioni, spiegazioni, chiarimenti sono altrettanto sibillini.

Capiranno davvero quello che tu hai scritto o fingono di capirlo?

Ma è poi sicuro che quel che loro sostengono tu voglia dire sia proprio quello che tu pensavi di dire, o non piuttosto un'interpretazione propria e del tutto soggettiva, lontano mille miglia dal tuo pensiero?

Non è che anche loro facciano di te lo strumento del loro narcisismo?

Se il capire è soggettivo come soggettivo è il non capire, alla fine si equivalgono.

MAGGIO 2017

F.T. Marinetti

F. T. Marinetti: figura stravagante e alquanto ingombrante del panorama letterario, tuttavia perfettamente in sintonia col periodo storico in cui è vissuto. Fu il miglior megafono del suo tempo.

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GIUGNO 2017

«Un idioma es una traditión, un modo de sentir la realidad, no un arbitrario repertorio de simbolos».

J. L. Borges

PRO-

-VOCAZIONE

Destructuratio loqui

Sprobòcchi

e

Scaralòqui

Ovvero esercizi di destrutturalismo

«Un idioma es una traditión, un modo de sentir la realidad, no un arbitrario repertorio de simbolos».

J. L. Borges

E la poesia ne è la sintesi, ma quando il divenire destruttura la realtà percepita fino ad oggi, anche la lingua necessariamente si destruttura.

L'unica legge che regola l'Universo, mai smentita e forse non smentibile, è che nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma degradando verso l'entropia. Il riciclo stesso non è che una fase transitoria del ricomporre il decomposto e non modifica la tendenza ultima all'entropia terminale.

Storicamente ci stiamo lasciando alle spalle l'era contemporanea per compenetrarci in quella spaziale dominata dalla cibernetica, dalla biologia molecolare, dall'alimentazione transgenica, dalla biotecnologia applicata agli esseri viventi fino al feto umano plurigenitoriale e oltre; proiettata non solo verso la creazione di nuovi materiali inesistenti in natura, ma verso l'assemblaggio e la sintesi di nuovi esseri viventi.

Come se non bastasse lo sviluppo dell'intelligenza artificiale, della robotica e dell' Ogm (l'organismo geneticamente modificato) la scienza guarda ora all'Hgm: all'Homo geneticamente modificato e non solo, sognando di arrivare a impiantare dei microcip nel cervello umano e trapiantarvi ricordi di un patrimonio mnestico altrui.

Il Frankenstein della letteratura dell'orrore pare non essere più il parto di una fantasia malata, ma un traguardo della scienza.

Ora è la cibernetica a tracciarne il sentiero e a scandirne l'andatura.

L'uomo di oggi è proteso verso l'ultravelocità e il creazionismo e ciò mi ricorda le farneticazioni all'inizio del Novecento di Filippo Tommaso Marinetti, gli ultimi sussulti del Risorgimento, dell'industrializzazione e dell'esplosione dei nazionalismi, il culto della velocità, del superuomo, del caudillo, del modernismo, della "guerra sola igiene del mondo", del "abbasso il passatismo", del "parolibero" coi roghi dei libri e il dispregio della cultura … in una parola: il Futurismo-Fascismo-Nazionalsocialismo.

Oggi mi pongo la domanda: furono tragiche farneticazioni di individui travolti da una follia collettiva o profezia?

Qual è stata l'intuizione di Nietzsche? Vi è un messaggio criptato in "Così parlò Zaratustra"? Siamo sicuri che il suo "Superuomo" sia quello inteso durante tutto il Novecento? Non è, per caso, che si sia scambiato l'artefice con l'artefatto? Che Nietzsche abbia intravisto molto più in là, intuendo il "Superuomo" come l'"Oltre uomo", il superamento dell'uomo fin qui biologicamente inteso come ci suggerirebbe lo sviluppo scientifico contemporaneo?

L'uomo del futuro non sarà più quello che conosciamo, perché non più se stesso in termini biologici e psicologici, perché si prelude alla comparsa di una nuova specie attraverso una mutazione genetica biotecnologicamente programmata, indotta e realizzata dallo stesso uomo: l'uomo che diventa creatore di se stesso non più solo generatore ed è per questo che «Dio è morto» perché l'uomo, interferendo massivamente nei meccanismi della vita pare si stia sostituendo a Dio a pieno titolo.

La nuova realtà in cui veniamo immersi non è più la stessa in cui siamo cresciuti; il cambiamento di rotta impone un adeguamento del linguaggio e il modo di comunicare dei nostri giovani ce lo dimostra.

Il fatto che vada esasperandosi quanto il Novecento ha impostato e che ciò preoccupi un oscuro cittadino importa ben poco, lo so, ma l'evoluzione in corso inserita nella globalizzazione altro non fa che tendere alla omologazione dell'umanità intera verso modelli biologici prefigurati seppellendo per sempre la biodiversità e quando l'omologazione sarà globalizzata non siamo forse ad un passo dall'entropia?

La tendenza alla compressione delle lingue nazionali per privilegiare un linguaggio globale comune non è che un attacco alla "diversità linguistica"; indirettamente è un altro tassello della biodiversità che va farsi benedire.

La grammatica, la sintassi, la semantica usata dai giovani è il prodotto di un gergo nuovo vieppiù incomprensibile per noi adulti.

Anche se vagamente intuibile, il come si concretizzerà la realtà futura non è facilmente prevedibile e quindi neppure il linguaggio che la esprimerà. Se:

Vive ogni cosa, esiste

pel nome che le dai

e senza non sussiste

né mai la scoprirai.

Cionondimeno m'intriga il fenomeno della destrutturazione linguistica iniziato da questa nostra gioventù, mi affascina il portarlo alle estreme conseguenze, il ridurre il linguaggio a rudere: a un informe ammasso di grafemi come tanti calcinacci da ricomporre con criteri più aderenti alla nuova ipotetica realtà sensoriale.

Ma come, se questa nuova realtà futura è nebulosa e ignota?

Nell'attesa ch'essa prenda forma intellegibile e riconoscibile con le etichette contestuali che la definiscano e ne connotino gli oggetti, i concetti, le idee e i pensieri, posso solo accontentarmi di ridurre la poesia a un gioco enigmatico di musicalità pura, regredendo alle origini del linguaggio, quando la comunicazione si riduceva a informi vocalizzi di gioia, di dolore, di piacere, di paura, di minaccia e di richiamo. inventando il "nome" prima dell'oggetto al quale applicarlo, e immaginare questa composizione d'etichette fittizie profeticamente declamata con enfasi sopra un palcoscenico da un giullare simile al compianto Dario Fo, perché, come scrive Silvio Raffo, "il linguaggio poetico è un anti-linguaggio" e ancora: "la parola poetica canta" e aggiungo io : la poesia è una sirena la quale, per ammaliare, si affida al canto.

Sono le otto di mattina e sto sudando. Nel mio studio il termometro segna ventisei gradi e la lancetta dell'igrometro è ferma su 70. Il sevizio meteorologico dà una temperatura esterna minima di 18° e massima di 30°. Non è poi così caldo né così umido per una insolazione, eppure sono fradicio e boccheggio.

Tolgo dal frigorifero una lattina gelata di panaché per bloccare il sudore e spegnere la sete; la trattengo voluttuosamente tra le mani in attesa che si stemperi per non sottoporre il mio stomaco ad uno shock termico mentre leggo distrattamente quanto il produttore ha ritenuto necessario spiegare al consumatore in ben cinque lingue differenti. Leggo: « a bere fresco…» Come è possibile scrivere "a " invece che "da" in un paese che vanta di riconoscere come ufficiali ben quattro lingue, delle quali una è l'Italiano, non certo la meno importante anche se non la più diffusa? Com'è possibile confondere l'Italiano col Francese, perché è solo in Francese che si dice «à boire bien frais». Poco più avanti, fra il tedesco e l'inglese leggo: «Hütve fogyasztandò» che presumo intenda dire la stessa cosa. Parole per me impronunciabili, suoni senza significato se non ipotizzabile per analogia con quanto precede e segue.

Ecco cos'è una lingua: un insieme di fonemi e di grafemi per comporre etichette da appiccicare per denominare, quindi definire l'essenza delle cose e che per essere lingua deve essere riconosciuta e accettata come strumento di comunicazione da un'intera comunità d'individui.

Corre il tempo della globalizzazione non solo dei mercati, ma anche dei popoli e quindi delle lingue; della contaminazione e del degrado del particolare da cui potrà solo in seguito nascere una ricomposizione comune onnicomprensiva e un linguaggio significante per tutti.

"Hütve fogyasztandò" Parole d'una lingua sconosciuta, significanti per chi la parla, nient'altro che musica per me che, mi ascolto pronunciarle.

Ecco il perché di "Pudenda", di questo gioco teatrale, di questo inverecondo sproloquiare senza significati, o meglio che può assumere infiniti significati, purché ci si metta d'accordo sul cosa farne e sul come costruirle.

Carlo Antonio Bertòlo

Eccone l'esempio:

Prendendo spunto dal Futurismo

Parolibere

Ottant'anni

clessidra

sabbia quasi finita

un ∞ = infinito in piedi

un X senza scarpe e cappello

con O = cerchio = vuoto

Pericolo

Se piove non ho l'ombrello.

per precipitare nel destrutturalismo

[ in chiaro]

(Peccato

Forse il peccato è solo un’opinione

di chi è in conflitto sempre con se stesso

e guarda il mondo come fosse un cesso

entro il quale sfogar la tentazione.)

destrutturata

Cacòpet

Ròfes peccilàto un séolo iponióne

con in díchi presèm con sé è flítto stésso

guardón domíla come òsso e f'uncèsso

oil ènqua trolè tentogàr la sfazióne

Carlo Antonio Bertòlo

POSTFAZIONE A "PUDENDA"

Caro lettore, veniamo al dunque:

se hai letto tutto, ma proprio tutto con attenzione e non di "sguincio" come usa fare la maggior parte dei critici e dei componenti la fungaia delle giurie letterarie, devo ammettere che hai avuto un coraggio encomiabile, perciò meriti un premio: il premio della verità.

Se non l'avessi capito, "Sprobocchi e sparaloqui" (Sproloqui e scarabocchi) altro non è che un titolo per introdurre la destrutturazione del contenuto di "Barbagli". Dirai che è un lavoro da poco, di bassa lega, ma il salto nel buio, seppure dall'orlo di un baratro, da qualche punto deve pur cominciare. Io ho cominciato demolendo "Barbagli" e rassemblando solo suoni di cui do un brevissimo assaggio. Ad altri proseguire o abbandonare.

La mia è stata solo una provocazione affidata al giuoco di parole (pro = in favore di + vocazione = chiamata) un "divertissement" direbbero i Francesi, suggeritomi da due personaggi, uno del passato e uno del presente: 1° Filippo Tommaso Marinetti, 2° mio pronipote di due anni e mezzo e 3° da una constatazione: la rapida metamorfosi del linguaggio.

"Parole in libertà" fu uno dei messaggi marinettiani e allora perché non "Grafemi in libertà"?

Se Marinetti ha destrutturato grammatica, sintassi, logica con tanto successo, perché non destrutturare anche la parola riducendola all'ammasso delle sue lettere, come mucchio informe di mattoni, per poi ricomporre nuovi lessemi o morfemi seguendo altri criteri?

Non è forse ciò che fanno i giovani d'oggi scambiandosi gli sms e che farà anche mio pronipote, già abile a destreggiarsi con gli smartphone di mamma e papà?

Il nome è un'etichetta condivisa che si dà alle cose, concrete o astratte per poterle riconoscere. Come saranno queste etichette della realtà futura?

Nell'eseguire la ricostruzione conseguente alla demolizione, inventando nomi da attribuire a cose non ancora esistenti, fra le infinite soluzioni possibili ho scelto la musicalità, non certo con l'obiettivo rivoluzionario marinettiano di un nuovo manifesto letterario, ma col ghiribizzo d'esplorare oltre i confini dell'irrazionale.

Non sto affatto scherzando.

Quello che ti ho fatto leggere poco sopra altro non è che la dimostrazione di come il senso artistico possa degenerare qualora lo si voglia declinare a livello di massa anziché insegnare alla massa come elevarsi al livello dell'arte.

L'arte si nutre di "feeling" non di contorsioni mentali, solo allora è comprensibile e godibile per tutti e quindi universale; pare che i critici di oggi l'abbiano dimenticato.

Molti lamentano una inflazione di pseudo scrittori, dispensano teorie e giudizi in proposito senza indagarne le cause.

Dal romanticismo in poi mi pare che il fenomeno sia nato dall'operato delle avanguardie: l'avere svilito la poesia spogliandola della sua struttura formale, allorché dopo il verso libero (estremo limite strutturale della poesia) si è inteso abbattere ogni barriera e confine, ossia gli argini che impedivano al fiume della poesia di tracimare nella palude dell'indistinguibile.

F.T. Marinetti ne fu il tedoforo anarcoide.

Qualche critico ha anche visto, nell'odierno dilagare di poetofili, una dimostrazione dell'inferiorità della poesia nei confronti della prosa, perché è la prima forma di comunicazione sentimentale scelta dai giovani, laddove la prosa pare sia molto meno coltivata, si dice, perché più complessa, ma nessuno di loro riflette che con l'avvento dei telefonini tutti hanno smesso di usare carta, penna e calamaio, di scrivere lettere e diari e quindi di coltivare la prosa.

Il fatto che il numero di coloro che oggi tentano la poesia superi di gran lunga quella di coloro che si cimentano con la prosa non è motivo sufficiente per asserire che la poesia presenti meno difficoltà e pertanto sia di minor pregio, adducendo a sostegno di questa tesi che la poesia sia una forma primitiva di linguaggio e quindi meno strutturata.

Con questo intendo dire che, col mio esperimento destrutturalista, ho dei seri dubbi di fare dell'arte moderna in poesia seguendo l'esempio di certa arte plastico - figurativa, quando, in quest'ultima, si spacciano per arte dei lavori che non si distinguono dall'opera di un buon imbianchino e i possibili patchwork di un operatore ecologico intraprendente.

Perché allora questo stravagante esperimento?

Forse per la curiosità d'indagare uno dei tanti possibili sbocchi delle tendenze contemporanee, anche se non necessariamente il più attendibile. Forse perché, come gli scettici dell'Ottocento che inveivano contro la locomotiva a vapore definendola un prodotto demoniaco, finirono poi per salirci a Firenze, non disdegnando la comodità d'arrivare affumicati a Roma la stessa sera anziché in più giorni di scomoda diligenza.

Lo scrivere in poesia non richiede solamente una buona conoscenza sintattico grammaticale della lingua per potervi accedere sapientemente pur evadendola, ma anche approfondimenti filologici, semantici, lessicali, ritmici, musicali, semiologici, etimologici, metrici, rimici; conoscenza e uso di assonanze, consonanze e dissonanze, omofonie, polifonie, polisemie, sinonimie, antinomie, omonimie, oltre alle più o meno note figure retoriche. Insomma una robusta conoscenza della lingua e la lingua italiana, secondo il Lorenzetti, vanta approssimativamente più di due milioni di parole fra lessemi, declinazioni, coniugazioni, marca di genere, uscite aggettivali e accezioni, non solo le due o trecento parole necessarie all'uomo per la conversazione quotidiana.

Di tale conoscenza se ne avvalgono in pari misura sia la poesia che la prosa, ma la poesia presenta delle difficoltà in più.

Se la prosa richiede un ricco "carnet" di parole ben organizzate in frasi scorrevoli, espressive, chiare, contenutisticamente pregevoli, rigorosamente rispettose di grammatica e sintassi attorno ad una trama ben congegnata, la poesia in più richiede chiarezza assoluta, compressa in una sintesi estrema di linguaggio; un valido contenuto imbrigliato in una gabbia metrica di versi, rime e componimenti tutt'altro che arbitrari, senza che questi paletti impediscano chiarezza e ricchezza di contenuti. Paletti che la prosa grazie a Dio non ha, ma che fanno sì che la buona poesia sia diversa, non migliore ma neppure peggiore della buona prosa.

Ho l'impressione che certi detrattori della poesia siano in malafede solo perché incapaci d'essere poeti, o più semplicemente digiuni di tecnica, e poveri di lessico.

Prendendo in esame la diversa cronologia di apparizione delle due forme di comunicazione, vorrei sottolineare a chi trova in questo un motivo di deprezzamento della poesia, che la lingua come mezzo di comunicazione è nata prima come articolazione fonica e solo successivamente come insieme di grafemi, che la prosa è conseguente alla nascita della scrittura non della parola.

Nel lasso di tempo che separò il linguaggio parlato da quello scritto non è mancata la necessità di tramandare ai posteri conoscenze, fatti e avvenimenti che venivano affidati alla tradizione orale, e i poemi omerici ne sono la prova, ma perché poesia e non prosa?

Perché memorizzare contenuti confinati in rigidi modelli quantitativi oppure ritmici e musicali è assai più facile che non un racconto prosastico, perché la memoria ha le sue leggi e gioca brutti scherzi ad ogni passaggio e siccome la metrica imbriglia le parole (e di conseguenza i concetti) entro rigidi schemi, ne ostacola l'alterazione e quindi ne consentente una rievocazione più fedele.

Prima dell'avvento della scrittura solo la poesia permetteva una più corretta trasmissibilità degli avvenimenti, ma non è solo una questione di precedenza storico-temporale, perché ha pure una solida componente fisiologica: vi sono attori che hanno memorizzato l'intera Divina Commedia e non mi risulta che qualcuno abbia memorizzato non dico l'intero "Guerra e pace", ma neppure il più domestico e ridotto "Promessi sposi".

Non è forse grazie alla musicalità e alla ritmicità della poesia che ciò accade?

La poesia non è un prodotto spontaneo ma il frutto di studi approfonditi e di una conoscenza linguistica senza pari che, come la prosa, si apprende leggendo ed è noto a tutti di come la popolazione di lettori vada gradualmente scomparendo, di pari passo col degrado cultural-letterario conseguente a discutibili scelte d'insegnamento quali la progressiva compressione scolastica degli studi letterari a vantaggio di quelli scientifici nella formazione di base, la globalizzazione promotrice di un linguaggio omologabile ad espressione comune a danno della biodiversità linguistica e identitaria. Questi due sono fattori che si ripercuotono non solo sulla popolazione dei lettori in progressiva contrazione, ma sugli stessi fruitori comuni del linguaggio (vedi gli sproloqui contenuti nelle domande d'ammissione alle varie facoltà universitarie o nel "curriculum" di laureati in cerca di lavoro, perfino nei concorsi pubblici per accedere all'insegnamento).

Spiegazione questa più di pancia che scientifica, ma sono macro fenomeni sotto gli occhi di tutti.

Come spiegare allora il fatto contraddittorio di uno smodato proliferare di "scrittori in erba" ?

Il dilagare della poetomania e della narrativomania, più che fenomeno in contraddizione con quanto affermato sopra, a mio avviso, è legato a fattori sia di mercantilismo sia di ambizione direttamente proporzionale al narcisismo e all'ignoranza di chi crede sia facile usare la penna, supportata dalla speranza di un successo alimentato da un'editoria speculatrice: l'editoria maggiore, famelica e opportunista, attenta solo alla commercialità del prodotto; la piccola, dispensatrice d'illusioni, che trova conveniente "spennare" la presunzione e talvolta l'ignoranza di poveri illusi.

Editoria affaristica sia l'una che l'altra che, pur avendo un mercato di lettori in esaurimento, si sostiene e prolifera grazie all'illusionismo del marketing o all'autofinanziamento degli aspiranti scrittori.

Mi si chiederà: «Sì, vabbè, ma cosa vuoi dimostrare con "Pudenda"?

Tanta fatica per significare cosa? per produrre cosa?»

Forse mostrare che, nonostante tutto, anch'io sono figlio dei tempi, dell'usa e getta. Forse denunciare che, oggi, neanche il linguaggio di un popolo è un bene prezioso da conservare gelosamente e lo si può buttare in discarica con disinvoltura secondo le esigenze dell'economia di mercato, oppure rassegnazione e resa nel tentativo di salire sulla fumosa locomotiva del "progresso". Magari per convincere me stesso che, più o meno donchisciottescamente, non mi sto affannando a produrre l'inutile : «… dei greci più maturi come gli stoici (forse perché alcuni di loro erano di origine fenicia) hanno ben presto avvertito che i barbari usavano parole diverse da quelle greche, ma si riferivano agli stessi pensieri».[da U.Eco: kamikaze e assassini - L'espresso, agosto 2005].

Allora, perché "Pudenda" non potrebbe essere il linguaggio di una futura umanità transgenica?

Ma forse è più probabile che la regressione senile mi abbia ridotto a riparare in un ossimorico rifugio

INFANTIL - DEMENZIALE

Grazie.

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© 2015 Carlo Antonio Bertolo

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