Qualcosa su di me

 

 

Premetto che non credo a “Manifesti”,

a scuole d’arte, schemi e teorie.

Vorrei mi giudicassero un estroso,

ma rifuggo dall’essere ambizioso,

brillante ed ampolloso, esteta ed altezzoso,

istrione vanitoso

come lo fu D’Annunzio ‘sì bravo e ‘sì borioso.

Non mi par proprio il caso 

d’ostentare la puzza sotto il naso

anche se in fondo un poco di vetriolo

spargo qua e là per inquinare il suolo.

Valgo poco, lo so, perciò allo specchio

mi guardo e vedo che son vecchio,

ma è tardi, amico, e proprio non mi pare

ch’io possa in qualche modo rimediare.

Chronos non ha pietà, vuol governare,

impor con assoluta autorità

pure il sentier che devo  calpestare.

Accettami così,

con luci ed ombre come quando è sera,

non come sol che splende a mezzodì.

Di quel che scrissi

qualcosa mi par bello,

altro non so. D’interpretare

a te lascio il fardello.

Ogni medaglia ha un dritto ed un rovescio:

il bello e il brutto a braccetto insieme,

come due gay che passeggian piano

lungo la via tenendosi per mano,

ma senza l’uno, l’altro non sussiste

e per la gente proprio non esiste.

Il bello o il brutto, qual dei due l’erede?

Ognuno scelga come meglio crede.

Il cantastorie chiude il suo corbello,

sorride a tutti, anche all’ironia

come all’applauso dell’ipocrisia.

BRICIOLE PER I CURIOSI

 

 

Era il 23 maggio 1964

 

Non allora, ma oggi ho settantotto anni: una bella età !

Bella età ?  Forse una volta, oggi siamo in tanti a raggiungere quella che definivano una bella età.

L'uomo non è mai contento dei suoi limiti e ad ogni traguardo alza l'asticella dei primati.

Quanti anni mi restano ancora ?  E chi lo sa.  La "meccanica" sembra buona, la "carrozzeria" invece ha perso tutto il suo smalto: chioma diradata ai minimi termini e alquanto brizzolata, occhi stanchi e spenti di chi è costretto a portare occhiali da quando si alza a quando si corica, pelle un po' grinza, peli che fuoriescono dal naso se dimentico di tagliarli, orecchie e sopracciglia cispose se tardo qualche giorno a guardarmi allo specchio. Odio lo specchio, giudice implacabile del mio degrado. Pancia da commendatore, anche se la Signora Commenda ha ben altri aspiranti di cui occuparsi.

Non è l'abito che fa il monaco, ma le apparenze hanno il loro peso, eccome se l'hanno !

Porto il cappello per darmi quel tono aristocratico che mi è sempre mancato, ma che non mi compete per via delle umili origini: mia madre faceva la sarta e aveva il diploma di quinta elementare, mentre mio padre a fatica la terza.

Poiché la puzza sotto il naso mi infastidisce per il fatto che chi la ostenta è poi nato nudo come me e finirà in una bara di legno come me senza hamburger e monetine per il viatico, invece di farmi crescere un bel paio di baffi puzzolenti, calco solo panama e borsalini. Un vezzo ereditato da mio padre buon'anima, classe 1901, ex iscritto al P.N.F., di cui aveva conservato la prosopopea anche se ridimensionata, ex militare reduce dall'A.O.I., ex panettiere, ex manovale meccanico, ex lavoratore, ex disoccupato, ex pensionato, ex deluso dalla vita e dalla storia che hanno tradito i suoi sogni ed ex essere vivente, visto che non riuscì a tagliare il traguardo del secolo gettando la spugna e abbandonando il ring a soli novantun anni.

Considerato che quasi tutti i Bertolo sono morti assai tardi, se tanto mi dà tanto, il legno dovrebbe essere buono, ma c'è un ma: mia madre morì a soli cinquantun anni, la notte del 23 maggio 1964 stroncata dal peso delle innumerevoli notti passate sulla vecchia Singer a pedale per mantenermi agli studi.

Io quel 23 maggio non c'ero. Ero a Rimini ufficiale di complemento al XVIII reggimento C.A.L.  Mancavano solo diciannove giorni al congedo.

Fui convocato dal Colonnello Comandante e a passarmi la comunicazione fu il cappellano don Bruno Camorani:

<<Il Colonnello ti vuole ! >>.

Trovai insolita la procedura, ma non mi preoccupai e salii le scale della palazzina comando.

Seduto dietro la lucida scrivania di mogano, il Colonnello Renato Dellebella alzò lentamente il capo con un volto serio che non ricordavo d'avergli visto prima. Mi chiese di consegnargli le chiavi della macchina, della mia automobile.

Che diavolo ho mai combinato ? Pensai. Vuoi vedere che questo ora mi toglie il permesso di parcheggiare in caserma per quel poco di benzina che gli succhio? Poi d'improvviso mi schiacciò il peso di un dubbio.

Qualche domenica prima m'ero preso la libertà di portare a San Marino quattro artiglieri della mia sezione perché mi avevano espresso il desiderio di visitare quella Repubblica. La "deca" dell'esercito non consentiva loro di prendere l'autobus, significava rinunciare alle sigarette e per di più San Marino non era solo fuori presidio, ma un altro Stato. Se scoperti, l'andarci per loro significava finire in carcere a Gaeta e il portarceli, per me ,credo, davanti al Tribunale militare. Agli ufficiali non è consentito familiarizzare con la truppa e men che meno portarsela a spasso all'estero. Era un azzardo, una goliardata, ma la fine della ferma obbligatoria era ormai prossima.  Volevo sdebitarmi con quei ragazzi per il loro attaccamento alla mia persona, per la fiducia che avevano sempre avuto, per la loro lealtà e per il loro spirito di corpo.

I miei sentimenti uniti ad una viscerale avversione per le assurdità di certa disciplina militare, per il fine ultimo che il militarismo persegue: il tiro al bersaglio vivente, e un po'  lo spirito ribelle e un tantino anarcoide che mi ritrovo, mi spinsero a sfidare regolamenti e disciplina e ce li portai io pigiati nella mia Fiat 500.

Rigido sull'attenti , mi aspettavo d'essere messo agli aresti e deferito al Tribunale militare.

<<Stia comodo>>.

Assunsi la posizione di riposo e attesi un verdetto che tardava. L'ansia cominciava a montare. Mi dicevo: <<Te la sei cercata, mo te la gratti ! >>

Il Colonnello alzò finalmente gli occhi dalla scrivania e mi fissò a lungo. Il suo occhio sinistro non strizzava come quando s'innervosiva. Mi guardava immobile con la palpebra aperta e ferma; il tic che lo caratterizzava quand'era irritato non comparve. Tirai un sospiro di liberazione.

<< Tenente Bertolo, non mi aveva detto ch'era suo padre ad essere cagionevole di salute ? >>

<< Signorsì Signor Colonnello>> balbettai.

<< Non si allarmi, suo padre sta bene, ma sua madre è all'ospedale. Per ovvie ragioni mi sono permesso d'intercettare il telegramma a lei indirizzato  >>.

<< Signor Colonnello, posso aver quel telegramma ? >>

<< No! Può partire anche subito, ma non con l'automobile. Il treno parte fra un paio d'ore, Vada ! >> ...

Il giorno seguente a Casorate Sempione, dopo il primo temporale primaverile, piovigginava; con un groppo che  per  decenni   mi  serrò  la  gola,  sotto una pioggia di candidi fiori d'acacia  diedi  a mia madre l'ultimo saluto ...

È ormai passato più di mezzo secolo da quel giorno e dicevo che, nonostante l'età, il legno sembra essere un buon legno. Parlo del mio legno !

L'altro giorno la dottoressa, o dottora o medichessa come si preferisca chiamarla, congedandomi mi ha detto: << Prenda queste pillole e vada, non voglio più vederla fino all'anno prossimo ! >> ....

 

 

 

 

 

 

 

 

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© 2015 Carlo Antonio Bertolo

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