Il ritorno del corvo

IV

Il giorno seguente, superata la parte orientale delle Alpi Lepontine il corvo si diresse al Laveggio planando attraverso la valle del Ticino. La corsia dell'autostrada al portale Nord della galleria del Gottardo era intasata da una doppia fila di automezzi in attesa che il semaforo desse via libera a tre o quattro di loro per volta. Per ridurre il rischio di collisioni all'interno della galleria gli uomini avevano escogitato di mettere dei semafori all'ingresso: semafori a fare da turacciolo. Il corvo, sostenuto dalle correnti ascensionali volò per chilometri e chilometri sul serpentone che si muoveva a singhiozzo. La colonna era interminabile. Gli umani rientravano dalle agognate vacanze. Che senso aveva stare ore e ore in attesa sotto la canicola? Se avessero preso il treno sarebbero arrivati a destinazione molto prima e sicuramente meno stanchi e accaldati.

«Poveri uomini - gracchiò il corvo - chiusi nei loro gusci di metallo sotto il sole !» e , arrivato, si appollaiò sull'abete del convegno attendendo la sera.

«Poveri un corno ! » se ne uscì il gambero che aveva afferrato l'ultima frase «Si portano dietro quei gusci ovunque come un carapace; stanno delle ore col motore acceso e poi si lamentano dell'inquinamento atmosferico! Però devo ammettere che prima che Cugnot costruisse il suo famoso carro a vapore per trainare cannoni, l'ingrato compito spettava a cavalli, muli e uomini. Quel carro è l'oggetto di una svolta epocale nel concetto di trasporto ed é da considerarsi un progresso, non solo come antesignano della locomotiva ma di tutti i successivi mezzi di locomozione e di lavoro , compresa l'automobile».

Un'arvicola che per ragioni di sicurezza abitava nel bosco, ma per l'abitudine di fare scorribande predatorie nel campo di grano poco lontano conosceva alla perfezione l'evoluzione degli strumenti di lavoro dei contadini, e che quindi sapeva bene di cavalli, mucche, trattori, mietitrebbie, falciatrici e altro, si sentì in dovere d'intervenire. Salì in cattedra ed esordì: «Con Cugnot l'uomo che aveva sostituito la propria fatica addomesticando asini e cavalli, ha dato il via all'era industriale, ma gli animali, al contrario dei motori, producevano anche stallatico per concimare. Ora, se l'uomo vuole produrre, deve dipendere dalla chimica. Il problema del rendimento sul lavoro un tempo lo aveva risolto incrociando quei due equini e già questo rappresentò un progresso, ma progresso limitatamente alle esigenze umane, non per la Natura che veniva violentata nelle sue leggi riproduttive e neppure per il cavallo e l'asino che, seppur liberati dalla fatica fisica, hanno continuato ad essere schiavi del capriccio più che dei bisogni dell'uomo e hanno perso per sempre ogni diritto, perfino quello di riprodursi liberamente oltreché di nascere e vivere secondo la loro natura. Gli animali così iperselezionati diventano vulnerabili alle malattie.Un altro aspetto negativo del progresso è l'impoverimento della biodiversità; abbandonando le colture a rotazione impoveriscono il terreno. È l'uomo che, da compagno di cammino sulla Terra ne è diventato padrone e l'animale una sua proprietà. Per l'uomo tutto è sua proprietà e ne fa quello che vuole».

L'abete, che fino a quel momento si era limitato ad ascoltare, fece anch'esso il suo commento: «Non sono molto d'accordo con l'arvicola sulla pratica degli incroci. In questo l'uomo non fa altro che imitare la Natura. Come potremmo riprodurci noi vegetali se non attraverso l'impollinazione? Mica possiamo pretendere che gli insetti si facciano la doccia passando da un fiore all'altro. L'ibridazione è un fenomeno che fa parte della legislazione che regola la vita. L'uomo ha solo provato a copiare e l'ha fatto in maniera maldestra, creando esseri sterili senza inventare nulla di cui vantarsi».

Pastrocchio, sentendosi messo da parte, si fece largo nella discussione e, rivolgendosi al gambero, volle dire la sua: «L'automobile che con la sua diffusione e più ancora col suo uso smodato e irrazionale può sì essere considerata l'esoscheletro dell'uomo moderno, ha ridotto le distanze e favorito i contatti fra i popoli ».

«Già !» commentò la gazza starnazzando mentre cedeva al corvo il ramo più alto «Ma quanto di negativo sta dietro a questa forma umana di progresso? Aria diventata irrespirabile, residuati solidi della combustione che si depositano sul terreno e lo avvelenano, saccheggio delle riserve di petrolio da cui viene tratto il catrame per asfaltare sempre più strade e impermeabilizzare il suolo, contribuendo al dissesto idrogeologico e a ridurre le aree coltivabili; utilizzo di residuati delle raffinerie per fabbricare oggetti nuovi, indistruttibili ma monouso, rifiuti che finiscono in mare e soffocano pesci, gabbiani, sule, pellicani e tutta l'avifauna marina, per non parlare di quella plastica che, sgretolandosi, finisce nello stomaco degli abitanti del mondo acquatico. Costruisce veicoli per esplorare zone sconosciute non per conoscere ed abbracciare chi ci abita, ma per depredarlo delle sue ricchezze. Vi sembra poco per un po' di velocità in più e di fatica in meno?Per soddisfare bisogni inesistenti? Vi pare che sia un prezzo equo?»

«Alla fine questa plastica planctonizzata se la mangiano anche loro attraverso la catena alimentare e poi non credo che spetti a te criticare il comportamento dell'uomo, a te che non esiti a rubare le uova dai nidi degli altri» commentò beffarda la volpe.

Pastrocchio che aveva visto il corvo posarsi maestoso in vetta all'albero, arso dalla curiosità gli chiese cosa l'aquila avesse consigliato di fare.

«L'unico consiglio che mi ha dato è di tenermi alla larga dagli arruffapopoli; per il resto mi ha solo rinfrescato le idee sulla legge che regola il pianeta. Il viaggio non è servito a molto, se non a conferirmi l'autorità necessaria a presiedere l'assemblea dei volatili, ma per quanto riguarda il potere sull'uomo, neanche l'aquila ce l'ha».

«Allora, che intendi fare?»

«Sentiamo prima cosa pensa la base» rispose il corvo, « Sul problema dei trasporti e del lavoro sarei d'accordo con te e col gambero, anzi, aggiungo che con la propulsione ad idrocarburi si sia fatto un passo avanti rispetto al carbone, sia per le risorse sia e soprattutto per l'inquinamento, ma solo fino al punto di poter dimostrare la reversibilità delle conseguenze negative. C'è qualcuno più informato di me che ha qualcosa da aggiungere? E tu gambero che sei del mondo acquatico cosa mi dici?» concluse.

La talpa, abituata ad esplorare il sottosuolo scavando gallerie e che in una delle sue ricerche archeologiche era arrivata fino a Caorso, dispiaciuta che in quel tribunale di pennuti l'imputato uomo non avesse neppure un difensore d'ufficio, fece capolino da una delle sue piazzuole di aerazione per dire che sul problema energetico gli uomini, nella loro affannosa ricerca di energia pulita per alimentare il progresso, in soli cento anni avevano fatto passi da gigante, passando prima all'energia nucleare e poi alle fonti rinnovabili, e tutto grazie alla scienza, migliorando non solo il loro sapere, ma anche le tecnologie cui andava applicato quel sapere.

Il fischio del gallo cedrone, che per la circostanza aveva lasciato le Orobie valtellinesi seguendo il corvo, zittì il cicaleccio dell'assemblea pigramente appollaiata sui rami in attesa dell'apertura dei lavori. Sventagliò la sua coda accennando un passo di danza. Ostentò la sua livrea come fosse una toga e arringò gli astanti: «Taccia la signora talpa, conosciuta da tutti, se non totalmente cieca, sicuramente miope per natura. Essa non vede le malefatte che questo bipede comparso per ultimo sulla Terra compie ogni giorno con le sue pretese di progresso; Essa, cieca come i protei delle caverne, non ha neppur bisogno di chiudere un occhio compiacente sulla dabbenaggine, la ferocia, la presunzione, il narcisismo, l'egoismo, l'ipocrisia, la vigliaccheria, l'infedeltà, e chi più ne ha più ne metta, di quest'essere spregiudicato detto homo sapiens!

Sapiens perché?

Sapiens di ché?

Ma per inciso fu lui stesso a definirsi così e questo basti a sottolineare la sua narcisistica vanagloria.

Sapiens di che, dicevo?

Perché ha inventato la doppietta per spararmi addosso?La motosega per abbattere più alberi nell'unità di tempo?Ha forse inventato il reattore nucleare per produrre energia?

No, signore allodole, questo è solo il pretesto, lo specchietto per ingannare voi!

Gli serviva un'arma di distruzione di massa e tanto ci ha dato finché se l'è costruita. Sostiene che scienza e tecnologia siano in grado di porre rimedio agli errori di valutazione, alle debolezze del sistema, alla sempre maggiore fragilità delle sue macchine, ma continua a seppellire abusivamente le indistruttibili scorie radioattive, i rifiuti tossici delle sue industrie chimiche e farmaceutiche.

I farmaci che produce allungano davvero la vita o non piuttosto l'agonia di chi deve comunque morire?E intanto viviseziona, sevizia e tortura con la più fredda indifferenza gli animali per testare tali prodotti. Qual è quello di noi che sfrutta e affama perfino i propri simili per accumulare ricchezze inutili? non per sopravvive e nemmeno per vivere, ma per il solo futile piacere dell'accumulo? Nessuno se non l'uomo. Sciupa ricchezze immense per conquistare lo spazio che non avrà neppure il tempo di sfruttare come tomba e lascia quattro miliardi di suoi simili nell'indigenza e nella fame per la fanciullesca curiosità di scoprire come è fatto l'Universo.

Credo sia giunto il momento di dire: basta con la prepotenza, basta con la menzogna, basta con i soprusi! Ribelliamoci, ma visto che non possiamo combatterlo ad armi pari, mettiamo l'uomo con le spalle al muro, chiudiamolo in un vicolo cieco in condizioni di non ritorno e che così si autodistrugga!»

Intanto l'abete cominciava ad affollarsi.

Qualcuno dal basso abbaiò: «Ma non c'è modo di porre un limite a quel bipede?»

«Io non ho niente di cui lamentarmi. - bofonchiò sottovoce l'avvoltoio - L'uomo col suo comportamento non fa altro che alimentare la mia pancia di necrofago e incrementare il mio lavoro di spazzino. Penso che la mia amica iena, se fosse presente, riderebbe sguaiatamente in faccia a questi tribuni da strapazzo!».

E qui cominciò la bagarre perché ognuno voleva dire la sua.

A un cenno del corvo le cicale frinirono a tutto volume, il chiasso sfumò e il corvo dichiarò aperta la seduta.

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© 2015 Carlo Antonio Bertolo

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