L'assemblea

V

Mentre il corvo dava una scrollatina alla toga di penne ripulendola dai parassiti, il picchio s'insediò a fare il martelletto da giudice, perché un tribunale che tribunale sarebbe senza il martelletto per il giudice?Le sue sentenze acquisterebbero il peso di un'opinione personale e nessuno le prenderebbe sul serio. Diverso invece è dopo il "pak!" che ci cade sopra come un macigno, un sigillo sull'ultima parola della sentenza.

Veramente quello non era e non doveva essere un tribunale. Semmai poteva rappresentare la convocazione degli Stati Generali Avicoli, in cui un membro per ogni specie presente sul territorio aveva il compito di portare l'opinione dei suoi rappresentati sulla situazione che si era venuta a creare con l'avvento dell'era postindustriale innescata dall'uomo, sui danni irreversibili che ne derivavano e su come stendere una carta dei diritti degli esseri viventi che dichiarasse reato l'antropocentrismo e aprisse la strada ad una visione biocentrica dell'Universo.

La faccenda era grossa: sembrava d'essere tornati alla vigilia della rivoluzione francese; un momento epocale insomma!

Prima di procedere all'appello dei presenti e stabilire il quorum necessario alla validità delle eventuali decisioni, il corvo diede ordine ai rapaci, nominati commessi, di espellere i non volatili, perché solamente i signori dell'aria avevano il diritto di decidere per tutti, per la prerogativa di vedere la realtà sempre dall'alto e quindi di godere di un orizzonte più ampio.

Lo scoiattolo che abitava entro le labbra di una cicatrice del tronco, retaggio di un diverbio che l'albero aveva avuto in gioventù col fulmine, minacciato di morte, fu costretto a traslocare con grande disappunto.

«Cominciamo male - disse il gambero a Pastrocchio - Questi uccelli si sentono in dovere di dettar legge come i borghesi del '700, altro che biocentrismo, vogliono instaurare l'aviocentrismo»

«È l'effetto deteriorante del potere che contamina chiunque sia investito d'autorità » rispose Pastrocchio.

Tutti i terricoli, dai lombrichi ai quadrupedi, anziché opporsi al sopruso e far valere i loro diritti contemplati nella legge di equilibrio del pianeta, si disinteressarono del provvedimento e non si capì se a torto o a ragione. Dopo tutto non erano stati coinvolti direttamente. Copiavano pedissequamente l'indifferenza delle comunità internazionali umane di fronte a certe forme d'imperialismo.

Pensavano che la faccenda, riguardando solo la popolazione dei pennuti di quell'albero che rischiavano di perdere il posatoio, non avesse grandi conseguenze sulle altre popolazioni. Meglio lasciar perdere e che ognuno pensasse ai fatti propri. Tanto guai ce n'erano per tutti e non era il caso di farsi carico anche di quelli altrui. Così diedero il primo esempio di discriminazione e di disinteresse politico aprendo la strada alla consuetudine dell'opportunismo e dei privilegi.

Dal canto loro gli uccelli sentivano il dovere d'essere i primi a stendere le regole fondamentali della coesistenza sul globo, da esportare a tutti gli altri tipi, ordini, generi e classi presenti sulla Terra, un po' come fecero i bipedi inglesi con la Magna Carta.

«Questi uccelli non li capisco» commentò il gambero «Si riuniscono per giudicare l'uomo usurpatore ed instauratore del potere assoluto su tutto il creato e non si accorgono di ripeterne gli errori copiando metodi ed istituzioni».

Pastrocchio concluse: «Vedrai che poi lo condanneranno sicuramente, ma non avendo la capacità di fargli scontare la pena, alla fine tireranno così in lungo che tutti i reati ascrittigli decadranno per decorrenza dei termini e l'uomo continuerà a tranquillamente a delinquere».

«Mi consola il fatto che è così cieco e pieno di sé che alla fine si autodistruggerà, perché ormai siamo vicini al punto di non ritorno».

«Vero - replicò Pastrocchio - e sarebbe auspicabile che fosse lui ad estinguersi per primo. Purtroppo è stato l'ultimo a comparire sul pianeta e sarà anche l'ultimo a scomparire. Mi spiace per te che sei ancora vivo, perché la cosa non ha più senso per un pezzo di legno secco come me».

«Come fonte di malaugurio sei peggio della civetta» inveì il gambero.

L'estate era ormai esplosa e le larve del nostro gambero abbandonavano i pleopodi materni per esplorare i dintorni.

I fratellini erano tanti, quasi un centinaio. Quell'annata prometteva bene per un animale sulla soglia dell'estinzione e mamma gambero era felice nonostante fosse grande l'apprensione per i piccoli ribelli che sentivano il richiamo della bella stagione e le sguazzavano intorno ignorando i numerosi nemici che li minacciavano.

I ragazzi hanno fretta, non hanno tempo per ascoltare, per loro il pericolo non esiste e gli altri sono tutti buoni per assioma. Vien loro un'idea e subito schizzano al suo inseguimento. E la molla principe dei giovani è il bisogno di libertà: libertà come vuoto sconfinato da riempire qui e ora con tutto ciò che sfiora e sembra accarezzare la pelle. Non sanno che la vita graffia, che ha sempre graffiato da che mondo è mondo e basterebbe contare le cicatrici sulla pelle degli adulti ad insegnare la cautela. Ma la loro pelle non ha cicatrici, così deridono i vecchi.

I gamberetti correvano come fossero assatanati cercando di esplorare l'intera pozza che li aveva visti schiudersi. Mamma gambero aveva un bel daffare a richiamarli, ad ammonirli: «Attenti alle trote, alle anguille, ai persici, ai cavedani. State lontani dalle larve di coleottero e di libellula! diffidate di ciò che luccica».

Niente, tutte parole all'acqua!

Un airone planò sul fiume con volo pesante. Rapido pescò qualcosa, forse un pesce o una larva, forse il gambero stesso colto di sorpresa perché il barbaglìo delle ombre inquiete che le foglie mosse dal vento, danzando alla brezza, proiettavano sull'acqua potevano averlo ingannato.

Rimpinzatosi a dovere l'airone si unì soddisfatto al resto dei pennuti.

«Gambero dove sei?» chiese Pastrocchio spaventato.

A quella voce il gambero uscì da sotto la radice dove si era rifugiato e si mise a contare i superstiti della sua famigliola. Si erano salvati in pochi, poi rivoltosi a Pastrocchio gli disse sconsolato: «Amico, devo abbandonarti. Qui non sono più al sicuro. Volano troppi corvidi, troppi trampolieri. È meglio che mi allontani di qualche miglio».

«Aspettami, vengo anch'io» disse Pastrocchio e si tuffò nell'acqua. Così uno nuotando e l'altro galleggiando sul filo della corrente giunsero qualche ansa più in là.

Intanto nell'arena dei rami più bassi dell'abete, onnivori, granivori, insettivori, ittiofagi e frugivori si erano ritagliati lo spazio che meglio rappresentava il loro orientamento alimentare, riunendosi in gruppi omogenei ben distinti, tutti sotto l'attenta sorveglianza dei rapaci cui era stato assegnato il compito di commessi con la mansione aggiunta di buttafuori.

«Chi di voi è il primo accusatore?» gracchiò il corvo.

«Io !» stridette il pipistrello, la cui partecipazione era tollerata perché unico mammifero in grado di volare seriamente.

«Io, e accuso il genere umano di chirottericidio e di uso di armi chimiche per lo stermino delle zanzare nostro cibo principale. Ci fa morire di fame e costringe i nostri pochi superstiti a migrare verso quelle rare zone rimaste incontaminate per tentare di salvare la nostra specie dall'estinzione !»

«Anch'io muovo la stessa accusa ! - garrì la rondine - quei maledetti insetticidi non sterminano solo le zanzare, ma anche farfalle, mosche, cicale, vespe, api, maggiolini che sono il nostro cibo. Siamo sempre state amiche dell'uomo; abbiamo vissuto in condominio con lui dalla notte dei tempi, l'abbiamo aiutato a salvare le sue vettovaglie controllando l'invadenza degli insetti e lui ci ripaga affamandoci. Siamo costrette ad abbandonare le zone antropizzate e anche le grondaie dove potevamo costruire il nido al riparo dalle intemperie. Con la bonifica delle paludi e la scomparsa dei canneti non abbiamo più dormitori dove svernare, siamo in netto declino. L'uomo è riuscito a sfrattarci senza sparare neppure un colpo di fucile ».

«Anche noi ! Anche noi!» garrirono in coro rondoni e balestrucci, cui gli occupanti dell'emiciclo sinistro davano manforte agitandosi e schiamazzando..

«Dall'emiciclo destro dove sedevano impettiti, i rapaci insorsero gridando che non erano d'accordo perche gli animali morti di fame erano un'ottima, abbondante e sana riserva alimentare per loro quindi: «Ben vengano questi stermini di massa» stridette l'avvoltoio, rincuorato nel suo dire dagli altri compari. Così fra un volare di penne e un fischiare, anatrare, trillare, ciangottare, chiurlare, frinire, stridere, gracchiare, schiamazzare, bubolare e grugnare, si scatenò la rissa. I commessi ebbero un gran daffare a sedare l'avifauna incarognita.

Il chiasso provocato dallo scontro delle fazioni contrapposte arrivava fino all'ansa in cui il gambero e Pastrocchio avevano trovato riparo.

«Sembra che non riescano a mettersi d'accordo» commentò Pastrocchio.

«Sarà difficile che raggiungano un compromesso - aggiunse il gambero - sono troppi e troppo antitetici gli interessi in gioco, è impossibile che trovino un'intesa e se la troveranno sarà sicuramente su una risoluzione svuotata di ogni contenuto, infarcita di clausole non vincolanti che lasceranno all'uomo la libertà di fare come meglio crede».

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© 2015 Carlo Antonio Bertolo

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