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Agosto e settembre 2017

                                                                   AGOSTO 2017

Cos'è la cultura?

Mi è stato insegnato che le definizioni più chiare sono sempre le più semplici e concise. Dirò allora che, per me, la cultura è l'insieme del sapere che si traduce in pratica di vita vuoi individuale, vuoi collettiva. Tutto il resto mi pare un  logorroico e labirintico "parler pour parler", in cui Eco non esita  esibirsi da vero maestro (vedi: La società -Quaderni, 2, aprile-maggio 1980).

Chissà perche la sua saggistica emana sempre quel profumo di consapevole esibizionismo del proprio sapere, che fa sentire il lettore quasi un verme puzzolente d'ignoranza.

Per un docente quale egli fu non mi pare fosse l'atteggiamento più accattivante.

Bibliofilo … Bibliomane … Come si dice?

 

Apro lo Zingarelli alla voce 'bibliofilo' leggo: "amatore, conoscitore, ricercatore e collezionista di libri, spec. rari".

Più sotto, alla voce bibliomane, leggo: "chi ha la mania di collezionare libri spec. rari".

Non c'è differenza se non minima e per difetto: sono sinonimi.

E chi è un accanito lettore di libri senza per questo essere un fanatico collezionista, né un deviato, morboso innamorato di manufatti cartacei inchiostrati e più o meno lussuosamente rilegati come lo si definisce?

Passo oltre, arrivo al vocabolo "leggicchiare". Leggicchiare? è esattamente l'opposto del mio caso. Può andar bene "forte lettore" ma non mi piace, è una definizione grossolana, messa lì con noncuranza tanto per dare una risposta perché non spiega lo scopo di comperare libri per leggerli e poi  allinearli in bell'ordine su degli scaffali senza alcuna delle pretese di un collezionista.

Per leggere basta recarsi in una biblioteca pubblica, prendere il libro che t'incuriosisce, sederti in sala di lettura e restituirlo all'orario di chiusura, uscire e ritornarci il giorno seguente, ammesso che lo ritrovi perché nel frattempo nessun altro ne ha fatto richiesta.

È già un motivo che indebolisce l'opzione biblioteca pubblica anche se per leggere non c'è bisogno di crearsi una biblioteca privata.

Sto alla scrivania, gomiti appoggiati, testa fra le mani da intellettualoide impegnato e preoccupato.

Penso che "bulimico" potrebbe andar bene ma è termine patologico suggeritomi dalla deformazione professionale  e   non so se sia adatto a sottintendere che si tratta di una metafora per dire che alimento la mente leggendo famelicamente di tutto.

Da che sono in pensione leggo in media due libri ogni settimana, due terzi dei quali comperati, i rimanenti prestatimi. In diciassette anni sono circa milleottocento volumi. Sono pochi? sono tanti? non so, ma poiché sono lettore onnivoro (da qui appunto l'associazione con bulimico) e quindi leggo parecchio e di tutto, con predilezione per opere omnia (tomi da digerire, non certo passatempi da spiaggia) alternati di tanto in tanto con qualcosa di più leggero, giusto per lasciar respirare i circuiti neuronali, la media generale di due volumi settimanali mi pare non sia trascurabile.

Un vocabolo unico, atto a definirmi come semplice e accanito lettore senza altri grilli per la testa pare non esista.

Ho detto: da che sono in pensione, il che significa da diciassette anni. Circa milleottocento libri letti.

Per me il valore di un libro non è nell'essere antico piuttosto che moderno, una prima edizione, un in-folio o un esemplare uscito dal torchio di Gutenberg piuttosto che un volume abbinato ad un quotidiano del costo di un e-book; neppure l'ultimo importo battuto all'asta da Christie's mi solletica a possedere un pezzo d'antiquariato. Il valore di un libro per me è nell'inchiostro che contiene: in quello che quell'inchiostro mi dice, per le emozioni e i sentimenti che scatena in me, per le riflessioni che mi suggerisce, per le novità che m'insegna, per il pensiero altrui che mi comunica. Non m'interessa l'edizione economica o di lusso, ma il suo contenuto. Quindi è chiaro: non sono né un bibliofilo né un bibliomane.

Come posso definirmi allora?

Un ficcanaso. Un insaziabile, incorreggibile ficcanaso?

Qualcuno si chiederà: va bene, ma a che ti serve se sei con un piede nella fossa, se più prima che poi ti porterai nella tomba tutto quello che hai immagazzinato sotto le meningi? Se questa tua conoscenza non la potrai lasciare in eredità a nessuno perché verrà inesorabilmente con te?

Ecco svelato il mistero della  mia mini biblioteca: lasciare a chi verrà dopo di me gli strumenti per recuperare tutto quello che inevitabilmente verrà cremato e sepolto con me.

In verità posso dire di non avere mai smesso di leggere, da quando mi misero in mano l'abbecedario, vuoi per necessità scolastiche prima, professionali e per diletto poi, ma i libri nei quali ho inciampato fino al giorno della quiescenza non mi hanno quasi mai seguito materialmente nel mio irrequieto  peregrinare, li ho lasciati dietro di me per altri.

Fa caldo, mi manca l'aria, ho bisogno di uscire. Prendo sotto braccio "A passo di gambero" di Umberto Eco e mi avvio verso il parco. Quattro ragazzi tirano calci ad un pallone all'incrocio dei viali. Non c'è una panchina completamente libera. Mi siedo all'ombra di un ippocastano accanto a un giovanottello che titilla e accarezza il suo smartphone  o ipod che sia.

Accenno un sorriso pensando: da ragazzo titillavo e accarezzavo le ragazze, non un oggetto, se lo facesse anche lui credo ci troverebbe più gusto e in più imparerebbe a socializzare.

Imperterrito il giovane continua la sua frenetica digitazione, non credo si sia accorto della mia presenza.

Invece mi sbaglio. Alza la testa, mi squadra senza un saluto e sbotta: «Tu usi ancora quell'ingombro?»

A parte l'insolenza del tu dato ad un ottantenne che neppure  conosce, gli rispondo garbatamente: <<Sì, perché? … C'è qualcosa di male?»

«No, ma oggi c'è di meglio» e mostrandomi il suo gingillo continua: «Qui dentro ci trovi l'intero sapere del mondo in qualunque momento, dovunque ti trovi, consultabile immediatamente con qualche strúscio e un semplice tocco e non t'ingombra. Sta in una tasca».

« Già - gli dico - ma vuoi mettere l'atmosfera di una  biblioteca, il profumo della carta stagionata, dell'inchiostro irrancidito, perfino l'odore della polvere e del silenzio, questi il tuo oggetto ipertecnologico mica te li dà».

«A noi giovani non serve una biblioteca: è solo un magazzino di carta da macero ».

«D'accordo, forse hai ragione tu, ma visto che conversiamo, non è forse il caso che ci presentiamo? Io mi chiamo Carlo e tu?»

«Filippo, ma tutti mi chiamano Pippo».

Passa una donzella con passeggino, bambino e cagnolino, naturalmente col cane al guinzaglio com'è giusto che sia. Il cagnolino si blocca, ha trovato interessanti i dintorni della nostra panchina. La signora si ferma accondiscendente. Fufi fa quattro veloci girotondi sull'erba dell'aiuola, si accuccia e depone il suo ricordino. Dopo avere annusato coscienziosamente l'escremento, dà quattro energiche raspate per limarsi le unghie e, direttosi alla nostra panchina, marca abbondantemente la gamba della panchina. Signora, passeggino, bambino e cagnolino riprendono il cammino come se niente fosse, come se il parco fosse il cesso omologato per il cane e gli occupanti degli intrusi. A pochi metri c'è un distributore per coprosacchetti per cani, ma la distinta signora passa oltre.

I ragazzi all'incrocio hanno continuato a giocare a pallone con sempre più foga. Una pallonata improvvisa e violenta mi colpisce strappandomi di mano il libro  che immancabilmente finisce sulla pipì di Fufi. Di rimbalzo la sfera cade sullo smartphone del vicino facendolo cadere. Uno dei giocatori si precipita a scusarsi e a recuperare il pallone e, manco a farlo apposta, finisce con tutto il suo peso  sul più fragile degli oggetti caduti.

Pazienza per Eco che si deforma un poco e si porterà dietro per chissà quanto l'intimo profumo del cane, ma la peggio tocca allo smartphone che ne rimane disintegrato.

Apriti cielo! Bestemmie, urla, turpiloquio e l'immancabile scazzottatura nonostante mi adoperi per sedare la rissa e separare i due indemoniati samurai al prezzo di qualche manrovescio vagante. Calmati i bollenti spiriti e raggiunto l'armistizio mi pare mio dovere di adulto responsabile adoperarmi per mediarne le condizioni.

Raggiunto con la madre del pododilettante il compromesso  che chi rompe paga e i cocci sono suoi, prima di cercare un po' di quiete altrove, recupero il mio Eco e lo pulisco alla meglio con un moccichino di carta. Pippo guarda sconsolato il suo smartphone allontanarsi in mano alla madre del maldestro calciatore.

Sento che borbotta:«E adesso addio foto e appunti. Merda!»

Andandomene col mio Eco puzzolente sotto il braccio,  saluto Pippo con una pacca d'incoraggiamento: «Avrei voluto continuare la conversazione per chiedere a te che avevi accesso a tutto il sapere di questo mondo come si possa definire uno che legge di tutto, legge molto senza essere bibliofilo o bibliomane, ma tutto è andato a schifio. Peccato!  Il mio libro puzzerà, ma si lascia leggere ancora senza doverne comperare un altro e senza la perdita di una virgola».

                                                                                                       SETTEMBRE 2017

Caro bosone

 

Sdraiato supino guardo le nuvole sfumare le forme nel vento. Un rivolo scorre al mio fianco. L'erba cresce mutando ogni istante l'aspetto del prato. Fruscio di foglie, cinguettii, lontani rumori di strade asfaltate, di strade ferrate. Silenzi di strade sterrate. Un frutto che cade.  Mi scuote il suo tonfo.

La vita respira intorno a me, ansima con me, viaggia con me; si nutre per me,  con me, di me.

Il tempo: alveo del divenire scandisce e misura la ciclicità dell'essere.

La scienza sa dirmi come fui concepito, cosa accadde tra uno spermatozoo di mio padre e un ovulo di mia madre incontratisi per caso; sa descrivere cosa io sono, come sono, ma perché sono non lo saprà né lo potrà mai dire.

Qualcuno ha pensato per me, s'è affannato a inventarmi un Creatore, a volte troppo antropomorfo per essere credibile, a volte troppo etereo, inafferrabile per essere compreso, troppo metacosmico, estraneo alla concretezza dell'essere eppur intuitivamente confuso con l'Essere o nell'Essere. 

Qualcuno mi ha parlato di soffio di vita, si è preoccupato d'inventarmi un'anima e un aldilà per farmi accettare le brutture e le pene dell'aldiqua: panacea per le nostre paure, decretando la mia libertà di scegliere la non libertà caldamente raccomandata per soggiogarmi.

C'è chi deride la Fede, ma crede nell'io razionale,  flessibile come un'ameba che gratifica perché  sazia l'orgoglio.

Mi chiedo a che pro se il ciclo della vita per me, per tutti  è un nascere per morire e un morire per un diverso rinascere biologico nell'albero, nell'erba che spunteranno sopra la decomposizione, nel verme che si nutrirà della putredine, nell'animale che di quell'erba o di quel verme si ciberà, nella catena alimentare entro cui viaggerà e si perderà in mille rivoli, in mille altri esseri decretati viventi e sempre alimento, destinati alla putrefazione?

Che sia questa l'eternità? Una ciclica catena alimentare dal minerale al vegetale, al microbo, al verme, all'uomo per tornare al minerale nella esponenziale miscellanea delle combinazioni?

Le nubi sopra il mio capo si abbandonano al vento, scorrono e giocano a sciogliersi e a ricomporsi sotto mille forme come uno stormo di storni in autunno nel cielo sopra la città.

La nube, mi par come l'anima che si condensa e svanisce, si ricondensa e poi torna a svanire in un mare di luce, in un abbraccio di calore.

Gli storni invece son corpi concreti, cantori indiscreti che inneggiano alla vita.

L'azzurro riassorbe le nubi e gli alberi occultano pennuti canori al tramonto su questo lembo di mondo.

A che giova allora tutta la smania di sapere che ci tormenta se la vita altro non è che concime alla vita?

Se l'amore che stimola all'atto coitale è una farsa  compensante l'odio, vera dinamica  del  vivere?  Ipoteca, atto primo, sottoscrizione a un irrevocabile contratto di morte? E il suo depistante valore polisemico lo dimostra.

Noi, infima increspatura del tempo nella microscopica nicchia di uno spazio occupato da un nano frammento di polvere, ci divoriamo perché, più su, nessuno c'è che ci divori.

Allungo la mano e afferro la mela caduta fuori stagione.

Mela crollata, mela bacata. Ci risiamo. Anch'essa col suo inquilino sostiene la ciclicità dell'essere.

Mordo la mela scrollando da essa il bachetto che l'abita, non per pietà, non per amore, non per rispetto alla vita, ma per lo schifo che fa.

Qualcun altro lo mangerà, non io, perché  c'è chi dice che anch'io, come lui, sia la creatura di un bosone, forse di Higgs. Sarà questa la versione ufficiale del mio rifiuto a cibarmi di te, insignificante dettaglio dell'essere, non lo schifo.

Allora vivi, fratello bruco, e ti sia concesso di non incontrare chi è digiuno di fisica e tu possa diventare farfalla. Non avere paura di me, io ne ho solo sentito parlare quel tanto che serve a sapere quanto sia comune la nostra origine.

 

La buccia della mela è lucente, chiazzata di porpora come le gote turbate di fanciulla. La strofino coi palmi, la lucido strusciandola vigorosamente sulla camicia.

M'illudo di eccitarla. Ora la buccia risplende come un'aurora radiosa. Vi affondo i denti con più gusto perché lucidandola l'ho fatta mia.

Possesso come affermazione dell'io.

L'acqua del rivo sussurra passando, mi parla, ammonisce severa: «Eppure l'hai morsa!» poi segue il suo corso e s'increspa sui giorni.

Sussurra la brezza giocando tra i rami: «L'hai morsa!» e passa agitando i germogli, accarezza le more sui rovi.

Un treno sferraglia: «L'hai morsa!» e insegue il suo fischio che fugge morendo lontano.

Il coro mi turba, l'udito mi falla: l'ho morsa o l'ho morta? Ne sono confuso.

Io creatura! Lei creatura! Fusione … confusione.

Stride l'asfalto rovente dell'autostrada raschiato dai copertoni.

Seppure fioco ne sento il lamento.

Chiudo gli occhi all'aggressivo riverbero del sole e il nero complemento che si attarda nell'orbita compensa l'abbaglio, poi, pian piano, le palpebre filtrano il rosa, e la pupilla finalmente riposa.

 

Quando mio padre e mia madre m'imbarcarono su quel vagone, ed è chiaro che fosse quello del treno della vita, sicuramente non si chiesero dove quel treno fosse diretto, né su quale binario sarebbe finito;

eppure quanti progetti, quanti sogni che io non conobbi, che disattesi e seppellirono nella frustrazione, ma lo fecero con entusiasmo, forse con gioia senza un perché, senza pensare  quali speranze quel procreare avrebbe generato e deluso.

Sposarsi, amarsi è bello e procreare è il target, direbbero gl'inglesi. Poi ci si aspetta e si accetta che l'albero vecchio intristisca e secchi per morire guardando  il seme germogliato crescere  ai suoi piedi. Non so se l'albero, quello vero, vegetale vegetale, abbia una sensibilità paragonabile a quella animale, se sappia soffrire, se abbia coscienza di morire.

Forse, ma io, albero metaforico perché razionale, so che accadrà perché deve accadere. Ne soffro, forse ne piango, ma me ne faccio una ragione, che chiamo accettazione.

Anch'io feci come i miei genitori, come chiunque obbedisca più o meno consciamente alla legge del divenire, ma quando ti accorgi (troppo tardi) quanto sia triste e inutile vivere, amare, sognare, sperare nel vedere la propria stirpe dissolversi come nuvola in cielo, divorata dal sole di mezzodì prima del tuo tramonto e non ne vedi lo scopo, non ne  decifri il disegno, ti chiedi che senso abbia tutto questo. Non trovi la risposta, perché essa è criptata nel programma stesso del cosmo, ed è un software pregresso all'avvento dell'uomo.

"I figli so' pezzi 'e core" dicono a Napoli. Frase di circostanza per comari al mercato rionale, se non fosse perché ha a che vedere tragicamente col fenomeno dei sentimenti e delle emozioni, che scopri dolorosamente quando ti trovi a dover sopravvivere ai figli. Allora quella frase non è più solo convenzionale e la vivi sensorialmente palpabile, senza poterla pronunciare.

Limpida o torbida gorgoglia la vita e, scorrendo, leviga l'asperità dei giorni che hai morso come la mela, fino a che  fra le mani non ti è rimasto che il torsolo. Mordine i semi, sentirai quanto siano amari.

Il cielo - il vento - l'acqua - il fiume - i rumori - le strade ; lo spazio - il tempo ; il vuoto - il pieno ; il finito - l'infinito ; il perituro - l'eterno ; l'io - il non io ….

Bosone di Higgs, non sei tu quel Dio catartico e consolatore che chiarisca il mistero, almeno non ancora.

Caro  Conte Giacomo

 

"Sempre caro mi fu quest'ermo colle,

e questa siepe, che da tanta parte

dell'ultimo orizzonte il guardo esclude …"

 

Qui orizzonti non se ne vedono, né ultimi né prossimi. Sopra il mio capo, un cielo coperto; davanti a me svetta  il San Giorgio che è un monte; alle mie spalle, col suo bel fiore di pietra, ultimo parto estroso di Mario Botta, il Generoso che è una montagna ancor più alta; a pochi metri dai miei piedi il Ceresio che, pur non essendo una pozzanghera, ha tuttavia  le sponde così vicine da permettere quasi agli abitanti di farsi gli sberleffi da una riva all'altra. Sotto la sua superficie baluginante di riflessi so esserci l'abisso, ma sta sotto, non oltre la siepe, e sarebbe piuttosto tragico l'immergersi.

A rompere il silenzio ci sono: il trenino della Svizzera in miniatura che, simulando lo sferragliare, garbatamente sfrigola dietro il bar del club del tennis, i colpi secchi delle racchette coi tonfi delle palle, il vociare dei bimbi che spaventano i piccioni sul sentiero, l'abbaiare di cani che incontrano altri cani, il fischio dell'Euro city che sfreccia verso Lugano snobbando la stazioncina di Melide, lo stridere dei copertoni sulla strada che affianca la ferrovia, e, da sotto il ponte, l'effetto doppler della sirena dei traghetti che annuncia l'attracco imminente al pontile della Romantica.

Mio caro Conte Giacomo qui, dove io passo  giorni interi a meditare sull'attimo che fugge, immerso nella presunta pace lacustre, non è proprio il caso di contemplare "interminati spazi" né "sovrumani silenzi" e ancor meno "profondissima quiete"a meno che, come dici tu, non ce lo si finga nel pensiero, ma per riuscirci bisogna proprio essere sordi e miopi.

 

Ho tra le mani "I Canti" che rileggo per la quantesima volta. Non che ne abbia bisogno, ma li rileggo per verificare lo stato della mia memoria, per constatare quanto essa mi falli e mi deluda allorché mi picco di "rimembrare"i tuoi versi mandati a mente negli anni di scuola.

Spesso le pagine di un libro scorrono indifferenti, sembrano non lasciare traccia, come l'acqua che scivola tra le sponde di un fiume, salvo poi scoprire l'erosione dell'alveo quando il fiume inaridisce.

Il tuo pessimismo ha marchiato la mia adolescenza, sicché l'intera mia vita ne è stata condizionata.

Sono qui, su una delle panchine del lungolago, a un passo dalla risacca provocata dai battelli e l'onda sbatte violenta sulla gradinata di roccia che protegge la sponda dall'erosione; m'innaffia di spruzzi come uno scroscio di pioggia.

Quale credi sia stata la mia reazione? Quella di ripararmi? Nooo.

L'istinto m'ha portato a proteggere con tutto il  mio corpo i tuoi Canti, come se l'acqua del lago potesse imbrattare, diluire o cancellare la tua poesia.

Ho poi goduto di quella doccia come sotto un temporale estivo che ti coglie improvviso per via e ti inzuppa fino all'intimo.

Carpe diem.

La pioggia estiva è bella perché ti lava dal sudore e dalla polvere; il sole è bello perché ti asciuga e ti riscalda, sta poi a te saperne usare con giudizio e parsimonia per evitare polmoniti e bruciature.

Non sono pioggia e sole ad avere colpa se ti manca la moderazione, ma qui è questione di prudenza.

Cambio panchina, felice comunque d'avere salvato te.

 

Caro Conte Giacomo, scusa se mi permetto, se oso darti del tu, come  fossi un fratello, un coetaneo, un amico.

Un conoscente no, perché al conoscente oggi si dà sempre e soltanto del lei, giusto per tenere prudentemente le distanze. Ti do del tu perché hai troppo compenetrato la mia vita e sento che, da quando ti ho conosciuto, sei parte di me.

Dovrei darti rigorosamente del voi, ma i tempi non sono più quelli.

Ho scritto parte di me e non tutto.

Parte per quel tanto che consentono il secolo che separa l'anno della mia nascita da quello della tua morte più gli ottant'anni del mio annaspare a tutt'oggi.

So che per vivere appieno il mistero del tuo infinito dovrei venire a Recanati, sedermi anch'io "sull'ermo colle" davanti a "quella siepe" e immaginare gl' "interminati spazi e la profondissima quiete" del tuo natio borgo selvaggio.

Mi rendo conto che sedere qui, sulle rive del Ceresio in un giorno d'autunno del 2017 è ben altra cosa, credo di avertelo detto, ma se anche venissi sulle verdi colline marchigiane, sarebbe lo stesso, non troverei la stessa atmosfera di quel 1819 che ti suggerì "l'Infinito".

Anch'io " il vento / odo stormir tra queste piante" che fiancheggiano il viale e "mi sovvien l'eterno" ma il " pensier mio " ribelle è lungi dalla catarsi e rifiuta di annegare in quell'infinito pseudo nostalgico, in quel lasciarsi andare passivamente alla rassegnazione; l'abbandonarsi a quel suicidio sentimentale che fa sì poesia ma che spesso porta al capolinea della vita.

 

Ho accanto mia moglie, la mia terza moglie. Troppa grazia, penseresti tu che pare non abbia avuto in sorte neppure uno straccio di fidanzata concreta.

Mia moglie, dicevo, mi porge il sacchetto del becchime: son semi di girasole, chicchi frantumati di grano e panìco per uccelli; ne spargo una manciata attorno ai miei piedi.

È il passatempo di un vecchio che ha smesso il fare, un diversivo per non pensare, la tardiva occupazione di chi fatica a tirar sera. Antonella mi asseconda e mi lascia fare. È dolce mia moglie, a differenza di chi l'ha preceduta. "Tanto gentile e tanto onesta pare / la donna mia …" scrive Dante, la mia non pare, la mia è e questo a volte mi sconcerta e mi sorprende piacevolmente.

Dopo che, tra un primo abbaglio e un secondo sbaglio, mi ero fatto quarantasette anni di purgatorio in terra, quando ero ormai rassegnato al fallimento sentimentale e la vedovanza era giunta come una liberazione, ecco arrivare Antonella, l'amore sempre vagheggiato.

Mio caro Conte Giacomo, come vedi non ha senso disperare, porta solo iella. Chiudersi fra le quattro mura di una biblioteca a filosofare, a fantasticare senza mai uscire a confrontarsi con la realtà, a sfidare la realtà e misurarsi con essa è una resa da pusillanimi.

Se la nebbia del tuo pessimismo non mi avesse contagiato, il mio purgatorio sarebbe durato assai meno, almeno quello che concretamente ho vissuto, ma è stato meglio così, altrimenti quel misterioso incastro di coincidenze che chiamiamo destino sarebbe stato diverso e chissà quanti errori simili avrebbero fatto compagnia ai primi due; non avrei potuto incontrare Antonella e non sarei seduto su questa panchina a raccontarlo.

 

Qui non ci sono passeri solitari, ma stormi; ci sono piccioni, cigni, papere, folaghe e svassi in abbondanza a contendersi il becchime.

Spargo un'altra manciata di semi, nessun volatile per il momento se ne accorge  e io ne rimango deluso in mezzo alla pastura. Passa del tempo poi, solingo, un colombo plumbeo dai bronzei riflessi atterra poco distante, guarda ripetutamente il terreno, e piegando di lato il capino, mi scruta insistente dal basso, forse per accertarsi di non correre pericolo. Ha lo sguardo dolce, è lì, immobile  da più di cinque minuti e non osa avvicinarsi. Sembra mi voglia interrogare sulle intenzioni. Capisco la prudenza, ha una zampina mutilata: la sinistra è priva di due dita.

Improvvisamente un intero stormo, che pare piovere dal nulla, plana sul becchime con furia;  è una rissa indescrivibile, un groviglio di zampe, di teste, di becchi; un turbinare di ali, un tubare, uno spintonarsi. Il povero mutilatino, zoppicando, si avvicina e si tuffa nella mischia, a stento s'appropria di qualche seme. Anche i passeri lasciano i rami degli alberi e, sgusciando furtivi fra l'intrico di zampe e di becchi, osano impadronirsi di qualcosa per poi fuggire lontano a godersi in solitudine il cibo conquistato.

L'assembramento non passa inosservato. Cigni, anatre e folaghe accorrono a frotte, chi  remando placidamente, chi volando radente sull'acqua, chi sbraitando. Risalgono la sponda e s'arrestano un po' distante ad osservare la baraonda. Qualche seme sfuggito all'ingordigia dei piccioni finisce anche nei loro becchi. Le papere sono così lente e titubanti nell'appropriarsene che paiono rincoglionite. Son proprio delle povere papere.

Una di esse attira la mia attenzione, saltella sulla zampa sinistra, incespica e cade; si rialza, incespica e ricade; la zampa non la regge. Quella destra spunta orizzontale di traverso da sotto l'ala e, remigando in sincronia con l'altra, pare rastrelli l'aria. La povera sciancata rimane a becco asciutto, nessuno le fa spazio, nessuno la lascia avvicinarsi al  cibo.

 Piccione mutilato, anatra sciancata, neanche fra gli animali c'è pietà per i disabili. Mors tua vita mea. Saltellando e inciampando la poveretta torna  mogia e solitaria nel suo liquido elemento ove può muoversi con la scioltezza e la disinvoltura di tutte le altre.

Se non fosse per qualche schizzo di guano lasciato qua e là a imbrattare l'asfalto, in un batter di ciglia il terreno sarebbe tornato lindo, perfettamente ripulito da ogni corpo estraneo.

Le papere rimaste e i cigni si allontanano a sbeccuzzare il trifoglio; le folaghe tornano in acqua, quali camminando, quali planando; i piccioni si attardano, alcuni accovacciati sull'erba a prendere il sole, altri tubando persi nel corteggiamento di femmine ritrose e sfuggenti, poi, rispondendo a un misterioso richiamo, svolano in gruppo.

Due svassi continuano indifferenti a pescare tuffandosi come palombari, snobbando la baraonda. Anche loro fan coppia fissa, lo intuisci da come si guardano in emersione, da come si muovono sincronizzati, dall'indifferenza per tutto ciò che li circonda e non arriva a distrarli.

Mi ricordano la flemma di quel carducciano "… asin bigio" che "rosicchiando un cardo / rosso e turchino, non si scomodò: / tutto quel chiasso ei non degnò d'un guardo / e a brucar serio e lento seguitò".

Una panchina, due vecchi innamorati in controluce seduti che guardano lontano ogni giorno così, aspettando pazienti che scenda la sera e una pallida falce di luna irridente si stagli contro il cielo, a due passi da svassi innamorati che, come palombari, si tuffano nella vita.

 

"Che fai tu luna in ciel? dimmi, che fai,

silenziosa luna?

Sorgi la sera , e vai, …"

 

Buona notte Conte Giacomo, a domani.

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© 2015 Carlo Antonio Bertolo

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