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Ottobre 2015

                                                          

Alle origini del mito della razza

 

Imperialismo, colonialismo, guerre d'occupazione, guerre di religione, guerre civili, pulizie etniche, genocidi, monarchie, oligarchie, teocrazie trovano negli storici mille spiegazioni e giustificazioni, la quasi totalità delle quali si concretizza in considerazioni di natura economica e di sopravvivenza che ne alimenterebbero la dialettica conflittuale. Niente di più vero, ma anche niente di più riduttivo, perché le motivazioni economiche sono risolvibili diplomaticamente quando coloro che siedono al tavolo si riconoscono pari in diritti e soprattutto in muscoli tanto da lasciare incerto l'esito di una soluzione di forza. La vera radice sta nel profondo dell'inconscio, nella presunzione d'essere degli eletti con licenza di sopraffazione. Eppure la storia ci ha dato la risposta da millenni e a mettercela sotto il naso, nero su bianco, è stato proprio il popolo ebraico nell'autodefinirsi: "Popolo eletto". Infatti nel concetto di "elezione" è contenuta la presunzione di superiorità sugli altri popoli, tanto più che, se sancita da Dio, diventa incontestabile.

È in virtù di questo concetto che ogni religione vanta la pretesa d'essere l'unica vera rispetto alle altre. È sempre in virtù dello stesso concetto che il clero di ogni religione reclama la propria superiorità sui semplici fedeli perché "vocato", chiamato da Dio, quindi scelto ed eletto. È ancora su questo concetto che si fonda il principio di autorità che gli antichi sovrani, per giustificare il potere conquistato non importa come, rivendicavano come derivante da Dio.

In un mondo di esseri biologicamente uguali il mito della "razza superiore" deriva dal concetto di "Popolo eletto" che una determinata etnia rivendica per sé in quel momento storico che fattori casuali e squilibri di forza la rendono in qualche modo preminente sulle altre.

Se non c'è pace in Medioriente,  è perché non è possibile la creazione di uno Stato Palestinese, ma non sarà mai possibile la pacifica convivenza di due popoli che rivendicano il diritto sullo stesso territorio. Non è possibile per gli Ebrei che, aggrappati al pricipio di "Popolo eletto", rivendicano il diritto su di una terra che dicono essere stata loro promessa da Dio, non è possibile per i Palestinesi che considerano gli Ebrei degli invasori e degli usurpatori, tanto più che entrambi i popoli sono depositari d'una visione teocratica dello Stato sotto la copertura di formule democratiche su base religiosa (Torah per gli uni, Shari'a per gli altri) e non biologica ancorata sull'uguaglianza degli individui e sulla condivisione del potere.

Il pervicace rifiuto degli Ebrei a volersi integrare, l'ostinazione a voler vivere "à coté" degli altri popoli, a continuare a considerarsi orgogliosamente diversi, fa sì che si autoghettizzino là dove sono minoranze e a ritenersi spregiudicatamente superiori dove sono entità rilevanti in quanto "Eletti", rendendosi invisi ed osteggiati. In questa situazione hanno buon gioco nel coltivare il vittimismo dell'olocausto giustificando con esso il diritto ad applicare la legge del taglione verso chi li aggredisce, perpetuando la spirale delle vendette. È un atteggiamento che va ben oltre al giusto e dovuto riconoscimento della persecuzione subita.

 

Pure la Nazione o il continente che, ritenendosi depositario di una maggiore civiltà, si propone di esportarla imponendola agli altri, mostra d'essere affetto da sindrome di "Popolo eletto"

 

Quando nella competizione fra singoli si augura: "vinca il migliore" quel "Migliore" è sinonimo di più forte, più abile, più dotato, più furbo, tutti concetti che pongono l'accento su  quel "più" che è marchio di superiorità e chi può essere il migliore se non l'eletto? Vale per il singolo come per un popolo e il carisma di migliore in assoluto è discutibile se dipendente dal giudizio di un altro uomo, non più se sancito da Dio. Di qui la sua derivazione dal concetto di popolo eletto, di verità assoluta, di religione unica e vera che distingue i fedeli dagli infedeli, gli "eletti" da tutti gli altri.

 

Ma da dove mai può derivare il concetto di "Popolo eletto"?

Nel mondo animale si sviluppano forme di gerarchia all'interno di ogni singola specie, gerarchie determinate dalle qualità emergenti di singoli individui in virtù delle quali esercitano forme di potere negate agli altri membri, es.: nutrirsi per primi, diritto esclusivo di riprodursi che viene negato agli altri, di sovranità su un territorio che vien difeso dall'invadenza altrui ecc., diritti legati al potere e alla prestanza fisica, al cromatismo del piumaggio, all'abilità nel procacciare il cibo o nel costruire il nido, all'eleganza dei rituali di corteggiamento visti come chiave di lettura per la sana continuità delle specie. Tutte qualità che rendono l'individuo un "eletto" sì, ma temporaneo e che viene immancabilmente sostituito allorché le qualità primitive in lui si affievoliscono ed un altro individuo mostra una prestanza maggiore. Questo accade nel mondo animale cui anche gli uomini appartengono, ma l'uomo ha una qualità in più: la capacità di andare oltre la fisicità della realtà sensoria e di poter sconfinare nel metafisico chiedendosi il perché di ogni cosa, spiegandosela col creazionismo. Sa che non è per merito del singolo animale possedere qualità che lo rendono superiore ai suoi simili, ma che è madre natura a differenziarlo gratificandolo di qualcosa in più che gli consente di primeggiare. L'uomo sa anche che questo riguarda pure lui, ma, cosciente sia della propria superiorità sul resto del mondo vivente, come di soggiacere, all'interno della specie, alle stesse conflittualità animali, per stabilizzare la  posizione gerarchica raggiunta nel rapporto coi propri simili, renderla irreversibile per non essere facilmente sostituito, lega il carisma della propria elezione o attribuendolo  al volere della divinità o ergendosi egli stesso a divinità affidandosi al culto della personalità.

Se questo è applicabile al singolo, perché non può essere applicato ad un popolo?

Tutti i popoli antichi invocavano l'aiuto degli dei e nel politeismo tutti erano gli eletti di qualche dio, ma era la conflittualità fra le divinità a determinare le sorti del popolo invocante. In quel marasma un solo popolo ebbe l'ardire o meglio l'intuizione di proclamarsi il "Popolo eletto", per eccellenza, ma per poterlo diventare era indispensabile che il Dio fosse unico.

«Io sono il Signore Dio tuo, non avrai altro Dio all'infuori di me» "Conditio sine qua non" per poter assurgere al privilegio di essere il  "Popolo eletto", l'unico che Dio abbia scelto fra tutti.

 

È notte e la luna sta calando. Prima di coricarmi, anch'io, come i vecchi contadini, coprendo di cenere i tizzoni di un focolare semispento, concludo la favola dicendo:

"Larga è la foglia, ma stretta è la via,

 dite la vostra ch'io ho detto la mia".

 

 

LA FINESTRA DEL VECCHIO

 

Il vecchio inforcava bocconi di pane inzuppato pescandoli dal brodo  con la forchetta e li portava lentamente alla bocca dopo averli sgocciolati. Il brodo era freddo, avanzo della sera precedente e i radi occhi di grasso si erano raggrumati in piccole squame biancastre che galleggiavano e si attaccavano al  pane.

«Maledetta vecchiaia» borbottò fra le gengive sdentate. La dentiera era finita in pattumiera  quando i semi di un fico dolce e appetitoso gli si erano incastrati sotto la protesi facendolo bestemmiare. Era poi diventato allergico al latte e finì per rinunciare anche a quello.

Ogni giorno una nuova rinuncia.

Poteva riscaldare quel brodo, ma la schiena gli doleva perfino ad alzare il braccio per portare la forchetta alla bocca. Spostarsi in cucina significava usare le stampelle e non era facile reggere la scodella bollente fino al tavolo appoggiandosi a quelle; il cucinino era troppo angusto per accedervi con la carrozzella e poi c'era quel tremore continuo, retaggio di pregresse libagioni o di chissà quale malanno cui preferiva non pensare. Nauseato da quell'intruglio freddo, smise di mangiare e spinse la carrozzella sotto la finestra. A sparecchiare ci avrebbe pensato la volontaria della CARITAS.

L'aiuto domiciliare assegnatogli dai servizi sociali: il solito paramedico un po' infermiere e un po' fisioterapista frettoloso e scoglionato, cui incombeva l'onere di preparargli il blister settimanale delle pastiglie, controllargli i segni vitali, fargli la doccia e una seduta di massaggi alla schiena, arrivava due volte per settimana. Se non fosse stato per le volontarie che nei giorni feriali andavano a riassettargli l'abitazione,  fargli la spesa, il bucato, a preparargli il cambio per ogni mattina, avrebbe dovuto soccombere alla ergonomica razionalità dell'assistente sociale: la bastarda che l'avrebbe volentieri scaricato nella prima casa di riposo in cui si fosse liberato un letto e lui non voleva andare a morire in galera. La casa che abitava era quel che gli restava della sua indipendenza: l'assicurazione sulla vita, diceva.

Cercando un pretesto per toglierselo dai piedi, ogni volta che andava a controllare il livello della sua autosufficienza, la bastarda annusava dappertutto sperando di fiutare odore di urina o di feci stantie, controllava le lenzuola, lo stato della cucina e del bagno, apriva armadi e stipetti; ficcava il naso perfino nei contenitori dei rifiuti sotto il lavandino. Le volontarie, complici del vecchio, lo sapevano ed accettavano la sfida così la caccia al pretesto falliva. La bastarda non piaceva a nessuno. Bionda, allampanata e arcigna era la burocrazia  robotizzata.

Un giorno che il medico di famiglia capitò a casa del vecchio per una visita in concomitanza con l'assistente, vedendola rovistare con le mani protette da guanti in lattice da chirurgo, gli scappò detto: «Ma che ci fa una rupofobica fra le assistenti sociali?»

Scoppiò un casino e l'eco rimbalzò perfino in regione sì che qualcuno si premurò di fare un fervorino all'incauto medico che, anziché compiacersi e congratularsi con l'asettica funzionaria s'era permesso di criticare un'intoccabile.

Al di là di quella finestra scorrevano veloci le stagioni e il vecchio le stava a guardare, una dopo l'altra, anno dopo anno, uguali e diverse ogni volta, chiedendosi se la presente fosse l'ultima.

Amava osservare le sagome nere degli alberi stagliarsi contro il primo pallore dell'alba, vederli prendere colore piano piano quando, all'aurora, i cespugli vestono grigie ragnatele imperlate di rugiada. Contemplare d'estate le betulle stormire irrequiete alla brezza o le chiome dei faggi piegarsi che sembrano spezzarsi all'impeto del vento intento ad  arruffare cumuli di pioggia.

Era dolce in autunno ricordare l'andar per castagne quando la lepre fugge al crepitare di foglie secche sui sentieri e il tonfo dei ricci maturi scandisce i ritmi del bosco.

Passo passo alzando lo sguardo il panorama andava allargandosi verso la montagna e, col diradar delle foglie, tra i rami compariva ai suoi piedi una lingua di lago: brandello d'azzurro rubato al cielo.

Quell' Eden che andava sempre più inselvatichendo per l'abbandono era il suo giardino, un tempo più ordinato del salotto di un aristocratico.

Bei tempi quelli!

Là, sopra la cima degli alberi, il fianco della montagna accompagnava il verde verso il cielo fino all'emergere improvviso dei picchi rocciosi dai quali l'aquila e le ali di plastica dei parapendio spiccavano il volo. D'estate pareva facessero a gara a chi salisse più in alto e il vecchio li ricordava con nostalgia, rimpiangendo le antiche arrampicate sui sentieri scoscesi e pietrosi, sulle cenge scivolose.

Dalla finestra di casa non vedeva nulla al di sopra del limite delle faggete, ma gli bastava seguire con la fantasia la riga che tagliava obliquamente la montagna percorsa dal trenino a cremagliera ansante verso la vetta per immaginare quello che l'occhio non percepiva da tempo: la piccola mandria di camosci abbarbicati sul costone, immobili, che osservavano guardinghi i suoi spostamenti, pronti ad allontanarsi a grandi balzi alla prima avvisaglia di pericolo.

«Maledetta vecchiaia !» Tornò a ripetere.

 

(continua)

 

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© 2015 Carlo Antonio Bertolo

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