Ul temp perdü

Non so se ci sia qualcuno che ricordi Casorate Sempione com'era ottant'anni fa, molto prima del boom edilizio e commerciale, molto prima del vigile urbano, dei sottopassaggi, del doppio binario, della farmacia, dell'illuminazione stradale, dell'asfalto. Molto prima perfino del Sempione nuovo che, sono certo, quasi metà della popolazione vivente neppure sa o ricorda quando sia stato aperto al traffico. Molto prima dell'immigrazione di massa, quando la via XXV Aprile era solo e semplicemente la Cuéta e piazza San Rocco era chiamata la Reviscera. Quando via Como era una bianca strada tortuosa larga appena da permettere a due carri d'incrociare senza che uno fosse costretto a finire con la ruota nel fosso. Quando i vecchi ti chiamavano gridando: «Fiö vegn scià» e via Milano e Torino rintronavano per il rotolare dei tiri a quattro sull'acciottolato sovrastando le urla dei "Caretée" che nelle notti d'autunno inoltrato attraversavano il paese in lunghe file coi carri stracarichi di enormi tronchi sottratti ai boschi della Val Grande e diretti nel milanese. Quando in Avvento arrivavano gli zampognari per la questua natalizia e in primavera si godeva lo spettacolo del solito gregge che ogni anno faceva puntuale la sua comparsa in centro coi soliti pastori incartapecoriti avvolti nei neri e puzzolenti mantelli e tutto era sommerso da un mare di belati gravi, tremuli, timidi; di latrati e di fischi acutissimi intercalati dal raglio del decrepito somaro che chiudeva pigramente il corteo sotto il peso del suo lacero basto.

Quando in estate l'attrazione era il pianino di barberia scortato dal solito codazzo di noi bambini incuriositi dal pappagallo in gabbia che, a un cenno del padrone, ti porgeva il "pianeta della fortuna" coi numeri del lotto e l'oroscopo del mese.

Quando fra il Borgo e Sant Ilario non c'era un intero villaggio, ma solo un cascinale sbrecciato e disabitato.

Sono passati solo ottant'anni e mi sembra di parlare di un villaggio georgico e romantico di due secoli fa: il mio "piccolo mondo antico".

Anche allora vi si accedeva per quattro strade, anche allora c'erano le stesse quattro ville con la torretta, solo che, quasi ogni notte, su quei maledetti quattro pianerottoli sopra i tetti le mitragliere antiaeree intonavano il loro monotono, crepitante e inutile rosario, mentre il brontolio dei bombardieri rispondeva sordo e beffardo dal cielo.

Ormai ci avevamo fatto l'abitudine e nessuno più si alzava dal letto se stimava che la loro quota fosse troppo alta per avercela con noi e poi c'era la ronda che passava e ripassava quasi a intervalli regolari. Ronda che prese a legnate il povero Riccardo col calcio del fucile per averlo sorpreso ubriaco a declamare sproloqui per strada dopo il coprifuoco. Lo rilasciarono giudicandolo innocuo, forse neppure degno delle spese di deportazione ad Auschwitz.

Solo quel martellare di scarponi sul selciato, accompagnato da qualche raro ordine in una lingua dura, tagliente rompeva il silenzio, il buio e la monotonia dell'oscuramento.

Sì, c'era la guerra.

Che brutta parola oggetto di tanta retorica: guerra giusta, guerra sbagliata, eroi e traditori misurati col metro della violenza e della forza non con quello dell'umano istinto di sopravvivenza. Ma che differenza c'è tra vigliaccheria e coraggio quando entrambi portano al massacro?

Chi si ricorda più della guerra? Non parlo dei sopravvissuti al fronte e ai campi di concentramento e che l'hanno infoibata nel

drammatico silenzio dell'anima.

Per chi l'ha semplicemente attraversata non è rimasto che uno sbiadito ricordo, sfumato assieme a quello dei facili seppure rischiosi guadagni del mercato nero, oppure ha conservato un ricordo fiabesco di orchi con mitra ed elmetto, di orribili oggetti che cadevano dal cielo fischiando e a terra lasciavano ruderi e calcinacci dopo avere fatto "Bouuum!" portandosi in cielo la gente col fumo e la polvere che alzavano.

Storie da raccontare ai bimbi con voce melodrammatica, con la mimica dell'orrido e l'enfasi dell'epica, ma che lasciano nel cuore di chi racconta l'insipida noia di un film rivisto troppe volte e che, spente le luci, lascia il posto ad uno sbadiglio.

Storia ridotta a fiaba per il gusto di catturare la loro attenzione, farli stare un po' tranquilli e godere della meraviglia di due occhioni sgranati e di boccucce tracimanti domande su domande.

Fiabe edulcorate con l'illusione di tenerli lontano dal male, da quello che l'adulto soggettivamente crede possa essere male e non si accorge che il vero male è nascondere loro la verità.

Ma chi ricorda più quella guerra con la vera fame dei momenti di fame, col vero freddo dei trenta chili settimanali di legna del razionamento quando c'erano, col vero terrore dei momenti di terrore, con la distensione, la gioia esplosiva dello scampato pericolo, toniche pure nell'ansia dell'incertezza imperante?

Pure nell'incapacità di afferrare i fermenti di odio e di rivolta che covavano nell'ombra dei cuori, pure nell'incoscienza, nell'impossibilità di percepire il maturare in sordina di grandi eventi, i nostri occhi sbarrati di bimbi imprimevano nella mente, ingenua tabula rasa, il ricordo indelebile degli avvenimenti che accadevano intorno a noi, Avevamo visto i nostri soldati andarsene disordinatamente trainando quei quattro giocattoli di bocche da fuoco, che rappresentavano tutto il nostro vanto e la nostra ipocrita potenza. Sferzavano i cavalli e se ne andavano in fretta e furia, mentre tutto il paese si era riversato sulle strade a salutarli: salutava i nostri soldati che se ne tornavano a casa perché la guerra era finita, il Re aveva firmato l'armistizio, diceva la gente, il Duce era stato arrestato e non si sapeva dove lo tenessero.

Noi ragazzetti correvamo di portone in portone ripetendo a gran voce: «C'è l'armistizio, è finita la guerra!»

Arcane, incomprensibili parole allora!

Ricordo che un signore mi fermò e mi chiese sorridendo: «Cos'è l'armistizio?»

Devo avere sbarrato due occhi immensi ed essere arrossito come un papavero in fiore, perché quel signore scoppiò in una sonora risata e mi scompigliò amabilmente i capelli.

Schizzai via e corsi a casa pieno di vergogna per non aver saputo spiegare cosa fosse l'armistizio.

Eh sì, ero tremendamente orgoglioso anche allora e quella risata benevola mi aveva rovinato la giornata e spento l'entusiasmo.

Non volevo però perdermi lo spettacolo e m'ero avvinghiato alle inferriate facendo della finestra il mio osservatorio avanzato.

I soldati se n'erano andati, ma la guerra non era finita. Finita era invece la nostra illusione.

Vedemmo gli autocarri tedeschi sfilare in via Milano: mitra spianati, volti duri, arcigni, provati dalla fatica e dall'odio di chi si sente tradito, eppure stanchi di combattere per solo orgoglio e presunzione, ma ottusamente inchiodati all'ordine e alla disciplina.

Le donne nascoste all'ombra dei portoni guardavano e bofonchiavano fra loro un meravigliato, sprezzante ritornello: «Rivan i Tugnitt, a rivan i Tugnitt».

Capimmo dai perentori divieti dei genitori che non era una festa e avevamo paura. Restavamo a guardare seminascosti, pronti a sculettar via al minimo sentore di pericolo.

Un bel giorno vedemmo partire anche loro, dopo aver messo fuori uso e abbandonato un piccolo aereo da ricognizione, sempre sfilando in bell'ordine lungo la via Milano, forse più in fretta di quand'erano venuti.

Prima di avviare i motori spararono due colpi in aria col cannoncino della loro autoblindo in testa al convoglio. La folla che s'era maldestramente assiepata di fianco alla colonna e mormorava «Ghe scià i partigian». scomparve d'incanto.

Partirono di gran carriera e quando anche il puzzo dei loro scappamenti si dissolse nell'aria, vedemmo comparire i partigiani, coi fazzoletti distintivi al collo, baldanzosi, a cavalcioni di parafanghi e sponde, agitando i loro mitragliatori, diffondendo i canti della Resistenza, sotto uno scampanio festoso e lunghi ululati di sirene in uno smagliante mattino di primavera.

I partigiani erano una marea, troppi forse per essere veri.

Vedemmo esposte al balcone del Municipio le ragazze rapate che si diceva avessero collaborato col nemico e che magari ci avevano fatto solo all'amore per pulsione sessuale perché in paese erano rimasti solo i vecchi, gli altri erano in montagna o imboscati chissà dove, oppure per pagare in natura un paio di calze di seta o una scatoletta di carne.

Vedemmo bruciare un mucchio di scartoffie in mezzo alla piazza, scorticare dal muro l'emblema del fascio littorio.

Non erano nostri quegli avvenimenti se non come gioco: un nuovo fantastico gioco di cui eravamo spettatori e compartecipi che nessuno poteva impedirci di vedere col candore degli occhi di allora; impedirci d'imprimere nella nostra mente: ingenua tabula rasa.

Oggi il senno della conoscenza ci dà il diritto di parlarne con sincerità e serenità.

Tempo addietro qualcuno s'era preso la briga d'insegnarci "Giovinezza", a fare il saluto al Duce scattando sull'attenti quando la maestra s'insediava in cattedra. Ci fu poi chi c'insegnò "Bandiera Rossa e Bianco Fiore", come anche, ma solo più tardi, chi si ricordò che l'inno risorgimentale era quello di Mameli, Allora cantammo anche quello e con quello l'Inno di Garibaldi, il coro del Nabucco e quello dei Lombardi alla Prima Crociata.

Scappavamo da casa per accodarci a tutti i cortei e far cagnara, cantando a squarciagola le canzoni d'occasione, quelle che cantavano gli altri, tanto conoscevamo tutto il repertorio e non facevamo distinzioni, perché per noi contava divertirci.

Questo era Casorate Sempione fino al Quarantotto, questa la sua vita, pur rimanendo in sostanza un tranquillo paese georgico, con le sue rumorose e sconnesse strade selciate, con le sue cupe e soffocate viuzze oppresse dalle vecchie case rurali, con le sue fobie e la sua cronica avversione per chi veniva da fuori, con la nostra fanciullezza e la nostalgia " dul temp perdü".

Poi non fu più la stessa cosa.

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© 2015 Carlo Antonio Bertolo

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