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LA BISACCIA DEL NONNO

 

                                                                                   I

 

MEMORIE DI UN INFILTRATO

 

Ragazzi, a quel tempo facevo il giornalista per un piccolo sindacato e un bel giorno trovai in bella vista sulla scrivania un volantino con questa scritta:

 

Senso e non senso della proprietà privata

 

Se si considera il territorio  come luogo in cui tutti gli esseri viventi che lo popolano abbiano il diritto di goderne, la risposta è: il territorio è proprietà collettiva; se invece lo si considera come proprietà del singolo o (come intende la legge) subordinata al bene comune riferito alla sola collettività umana, la proprietà come possesso di territorio da parte sia del singolo, sia della specie umana è un'appropriazione indebita nella misura in cui lo sottrae agli altri esseri viventi.

Era firmato                                                  C.R.A.C.

 

In calce al volantino una noticina scarabocchiata a matita: «Ssse vvolete sssaperne di più rrrivolgetevi al gggambero».

L'anonimo mittente voleva farsi credere balbuziente.

Sentii alle mie spalle la voce del direttore ordinarmi;«Fai fagotto, indaga, se necessario infiltrati,vedi di che si tratta e riferisci».

Come primo passo mi recai da un amico poliziotto che mi doveva parecchie soffiate dal quale appresi che C.R.A.C. era l'acronimo di Comitato Rivoluzionario Animale Cisalpino, che aveva sede da qualche parte in Lombardia. Al Comando pensavano che non fosse cosa di cui occuparsi, trattandosi di una congrega di individui capaci forse di fare solo chiasso. Per prudenza però  la faccenda doveva rimanere sotto silenzio. Mi disse: «Non creare allarmismi, mi raccomando, e soprattutto non mettermi nei guai, io non ti ho detto niente. Sappi che qui lo dico e qui lo nego».

Chi era l'anonimo latore del volantino? Chi era questo "Gambero" che avrei dovuto contattare?

Girai la Pianura Padana in lungo e in largo senza alcun risultato. Non poteva essere uno scherzo del mio direttore per togliermi dai piedi. Il poliziotto amico mio sarebbe quanto meno caduto dalle nuvole e insieme avremmo bevuto alla mia ingenuità. Invece un'indicazione sommaria me l'aveva data, anche se piuttosto elusiva.

Stanco d'indagare a vuoto, pensai di rifugiarmi a riflettere per qualche giorno nei boschi della mia adolescenza, dove da ragazzo la curiosità mi metteva sulle tracce degli animali selvatici lungo i contorti sentieri della fantasia. Fu così che capitai dalle parti del Ticino dove, nei pressi del parco, m'imbattei in un fiumiciattolo in cui scoprii l'esistenza di un esemplare di quel famoso crostaceo. Mentre osservavo le evoluzioni dell'animaletto udii sopra la mia testa una voce gracchiante ripetere insistentemente: «Gggambero, gggambero …» Sembrava che un Ara brasiliano nascosto fra il fogliame mi stesse suggerendo qualcosa. M'illuminai d'improvviso: «Vuoi vedere che è lui l'anonimo latore del volantino, e mi sta indicando nuovamente chi devo contattare?» Il gambero, sì, il gambero! Capii che se volevo delle risposte dovevo rivolgermi al gambero. Tentai un approccio, ma senza successo. Ogni volta che mi vedeva schizzava via spaventato. Per passare inosservato mi camuffai da cespuglio e così mascherato potei documentare: 

 

Le ragioni del gambero

 

È risaputo che camminare come i gamberi è sinonimo di regressione.

Che il gambero abbia le sue buone ragioni per essere gambero e comportarsi da gambero mi pare più che logico, ma che debba servire da sprezzante etichetta per tutti coloro che guardano con ponderato sospetto al progressismo tout court mi pare ingiusto.

Pochi uomini sanno vedere oltre la punta del proprio naso (leggi del proprio tornaconto) e in questo ad essere avvantaggiato parrebbe proprio essere un burattino che, come Pinocchio possa vantare il naso più lungo, almeno finché rimane burattino. Che importa se poi  gli danno del nostalgico e passatista? Nel fare lo sputasentenze da buon moralista non differisce dalla massa, col vantaggio che, come buffone, godrebbe di una libertà di pensiero e di parola uniche e nessuno penserebbe mai a lapidarlo per i suoi ammonimenti (leggi sproloqui) e visto che il suo mestiere serve a far ridere, alla fine potrebbe essere lui a ridere di quelli che ridono di lui.

E neanche a farlo apposta,, là sulla riva c'era un pezzo di legno che assomigliava a un burattino.

Il burattino dal lungo naso all'insù (svizzero D.O.C. perché fatto da un annoiato charpentier vallesano, convinto che un naso alla francese per essere bello debba guardare all'insù) stanco di peregrinare sui palcoscenici dell'insuccesso, s'era fermato a riposare sulle rive del fiumiciattolo. Accovacciato immobile, con le gambe penzoloni e i piedi ammollo, non avendo nient'altro con cui ingannare il tempo, con un ramoscello di nocciolo infastidiva il grosso gambero che fluttuava pigro fra i ciottoli del fondo. Si divertiva a vederlo guizzare fulmineo non appena avvertiva il pericolo per poi ricomparire piano da sotto una foglia impigliatasi nel canneto.

Passati alcuni istanti, le antenne spuntavano per prime, guardinghe, in esplorazione, poi ecco comparire le chele aperte, pronte a pinzare l'intruso.

Per il gambero quel fuscello non era un gioco.

Come si può essere audaci e spavaldi davanti all'ignoto che incombe improvviso? che invade il tuo spazio vitale senza lasciarti il tempo di riconoscerlo?

Facile tracciare giudizi e dare del vigliacco a uno che scappa senza sapere perché e da cosa scappi.

Pastrocchio (così era stato chiamato il burattino dal bimbo che per primo lo possedette come giocattolo) stava scoprendo che tra il significato spregiativo di nostalgico revisionista attribuito a chi nega ogni valore al progresso per vivere di vuote nostalgie e la peculiarità di muoversi all'indietro per cui l'animale andava famoso, esisteva solo un nesso apparente, legato a un movimento fisico male interpretato. Insomma era una bufala.

Se non era minacciato il crostaceo camminava in avanti come tutti. Aveva solo imparato a utilizzare al meglio la caratteristica di cui madre natura l'aveva dotato: un addome flessibile e piatto che, contraendosi bruscamente, gli permetteva fulminee ritirate strategiche in vista di un pericolo.

Era bello vederlo procedere cauto, armato come un guerriero antico e corazzato da esploratore galattico. Fluttuava entro l'acqua come un astronauta nel vuoto dello spazio, ora lasciandosi trasportare dalla corrente, ora contrastandola vigorosamente, ora frugando curioso fra i ciottoli, ora mimetizzandosi immobile adagiato sul limo del fondo. 

Il gambero avrebbe voluto dire al burattino che, se non lo imitiamo, il progresso è una sirena che ci  porta alla perdizione, ma il nostro perdigiorno era sordo. Non è che gli mancasse l'udito; semplicemente ignorava il linguaggio dell'astacide.

Pastrocchio si sentiva stranamente simile a lui, più di quanto l'immagine specchiata nell'acqua non lo mostrasse diverso. Il suo essere intimamente schivo, solitario, guardingo, timoroso, spaventato non era forse lo stesso comportamento del crostaceo che stava osservando? Questa biodiversità della natura era poi solo un accidente somatico, un gioco dell'evoluzione, una manifestazione caleidoscopica, una pura esteriorità? Perché questa beffa se all'origine derivavano entrambi dallo stesso codice genetico?

Ma cos'è un gambero?

Fiero del suo altisonante nome scientifico: Austropotamobius pallipes italicus, il gambero d'acqua dolce coccola le sue larve adagiato fra i ciottoli del fiume, laggiù nei boschi, dove l'assenza di confini visibili impedisce di sapere se si calpesti il territorio di un Comune piuttosto che di un altro. Lui non ha bisogno di limiti territoriali, non legge il vocabolario alla lettera P per sapere cosa significhi proprietà; a lui serve solo dell'acqua pulita, un fiume che sia fiume, non una cloaca, uno spazio sufficiente per vivere e non gl'importa quale sia e dove si collochi sulla superficie terrestre, purché con le caratteristiche che gli permettano di vivere.

Il fiume che bagnava la radura al Ponte Laveggio era uno di questi, oltre che il ritrovo di ristoro dalla calura estiva di tutta la gioventù dei paesi limitrofi, ma a primavera vi si poteva incontrare solo qualche coppietta totalmente disinteressata alla vita del gambero.

Immerso nel verde intenso della brughiera il ponte fabbricato dall'uomo ascolta da sempre il conversare dell'acqua coi ciottoli del greto, offrendo, a ridosso delle spalle, un'arcata d'ombra discreta agli amori clandestini, incuranti di tutto fuorché dei propri ardori, ma chi lo costruì pensò bene di farlo muto perche non potesse svelare i segreti di cui era testimone occasionale. 

Forse per questo l'artropodo non si crucciava della presenza umana e si faceva tranquillamente i fatti suoi.  (L'imperfetto si riferisce a quando "la buon'anima" non aveva ancora sperimentato il calore umano della pentola). Se ne stava tranquillamente immerso nell'acqua limpida fra i sassi, guardingo e pronto a schizzare con un energico colpo di coda nell'intrico delle radici semisommerse delle rive, rigorosamente all'indietro, non appena avvistava una larva di libellula o una trota scodinzolare pigra e vorace nella corrente. Sicuramente era un gambero femmina, visto il bagaglio che si portava abbarbicato all'addome.

Il crostaceo, di solito aggressivo e battagliero nel difendere il proprio territorio, aveva delle buone ragioni in più per dare forfait davanti al pericolo. Le uova si erano appena schiuse e mamma gambero (perché si trattava di un gambero femmina) curava  amorevolmente le sue larve attaccate ai pleopodi, badando che fossero ben pulite e ventilate in attesa che, come i figli di tutti, ciascuna di loro partisse per la propria avventura mondana. Era per questo e solo per questo che, di fronte al pericolo se la dava all'indietro con robusti colpi di coda. Rinculava però guardando il nemico sempre in faccia, come per dirgli: «Hai buon gioco perché devo proteggere loro». Naturalmente si riferiva alla figliolanza.

Il burattino non se la sentiva di darle torto, e considerarla una vigliacca.

Le foglie di betulla fremevano sommesse incuranti del cinguettio dei passeri e del ronzio degli imenotteri. I faggi ascoltavano gli agrifogli raccontare dei rigori dell'inverno passato e delle disavventure degli abitanti del bosco, per poi scivolare con malizia su quali di loro avrebbero spiato compiacenti le coppiette bipedi in cerca di effusioni rotolarsi nell'erba tenera di maggio, incitate dal richiamo amoroso del cuculo.

Chi avrebbe osato disturbare quella magica atmosfera bucolica d'altri tempi se non l'uomo?

Il nostro Pastrocchio però non era un uomo e come pezzo di legno, seppur sagomato, non disturbava l'armonia che regnava in quell'inizio di primavera. Va da sé che gli alberi conversassero in tutta libertà scambiandolo per uno di loro.

 

 

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© 2015 Carlo Antonio Bertolo

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