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L'esocerebro di Jobs

 

                                                                              VI

 

Mentre gli uccelli si accapennavano e scapiumavano su false questioni di principio e su problemi concreti di interessi di parte, l'estate era volata e l'autunno calò con le sue nebbie ricordando agli uomini che il tempo di far legna era arrivato.

Gli uccelli migratori avevano abbandonato l'abete per raggiungere latitudini più calde dove svernare. Gli stanziali avevano perso inutilmente energie e voglia di lottare. Il Corvo allora dichiarò sospesi i lavori e rinviò il tutto alla primavera successiva. L'albero rimasto vuoto come un albergo fuori stagione si preparò a vivere la sua prossima agonia piangendo resina da tutte le fessure della corteccia.

Le albe si succedettero ai tramonti tingendo di rosso fuoco i cirri che pascolavano nel cielo di un inverno freddo e secco.

In una chiara giornata, in cui la luna era in fase calante, i boscaioli armati di motoseghe, trattori e carri arrivarono fragorosi ad abbattere gli alberi crociati di rosso. Erano tutti extracomunitari reclutati fra i profughi sbarcati a Lampedusa e sparpagliati un po' qua e un po' là nei vari villaggi della penisola. Quasi tutti lavoratori abusivi che accettavano qualsiasi condizione pur di non morire di fame. Li guidava un caporale viso pallido che, per orientarsi sul terreno, si affidava ad un aggeggio collegato con un barattolo artificiale che navigava nello spazio sopra la Terra.

Con gli occhi e il dito incollati a quella tavoletta gridava agli uomini: «Per di qua, per di là, a destra, indietro, a sinistra,  avanti così».  Gli uomini seguivano le indicazioni e tagliavano, tagliavano dovunque vedessero una corteccia dipinta di rosso. «Svelti! - gridava - settimana prossima arriveranno le ruspe a ripulire e a spianare per gli ingegneri e gli architetti che devono tracciare le strade e  modinare per i nuovi quartieri e le infrastrutture dell'aeroporto internazionale, muovetevi, fast, fast, schnell, schnell! Qui passerà la ferrovia, là l'autostrada, dall'altra parte i parcheggi per le automobili, qui il quartiere degli alberghi, in fondo la gendarmeria e gli uffici e dietro l'eliporto; nella piazza centrale sorgeranno le banche». Si muoveva e si agitava come morso dalla tarantola. Taglia che ti taglio, la motosega tagliò di netto anche l'abete dell'assemblea.

Una quaglia ritardataria, incrociando Pastrocchio e il gambero durante la fuga da quella desolazione, disse loro: «Poveri noi! Ancora asfalto e cemento, ancora distruzione, morte e inquinamento. Questi uomini sono proprio il flagello di Dio e per che cosa? Per una manciata di pezzi di carta colorata. Guarda qui il nostro bel bosco raso al suolo. Addio lombrichi, insetti, animali, fiori, bacche, messi, ombra, ossigeno, pace, frescura! Agli uomoni piace solo la puzza dei gas di scarico, il fracasso dei motori, il riverbero soffocante delle strade, lo smog dei riscaldamenti e delle ciminiere, lo stordimento degli auricolari. Almeno socializzassero fra loro. Invece li vedi girare come zombi: birilli che si muovono nello spazio come atomi saturi; hanno perso perfino il senso della solidarietà che accomuna tutti gli animali della stessa specie. Se chiedi loro un'informazione, il significato di una parola straniera, qualsiasi cosa, ammesso che si accorgano di te,  senza quella tavoletta fra le mani sono persi, non sanno più consultare un libro, un vocabolario, tradurre una locuzione da una lingua straniera nella loro lingua materna, leggere una pianta di città, una carta stradale, ammesso che ne esistano ancora, orientarsi nel bosco e sui monti. Quell'aggeggio è diventato la loro memoria, la loro guida, il loro sapere: il loro esocerebro e lo chiamano progresso».

Intanto i boscaioli avevano quasi terminato il lavoro. Il caporale, distrattosi, inciampò e il suo bello smartphon scivolò nel fiume cessando di funzionare. La deforestazione aveva alterato talmente il paesaggio che non riuscirono a ritrovare la strada di casa finché la loro ditta, non vedendoli rientrare la sera, il giorno dopo mandò un elicottero a cercarli e a "trarli in salvo".

L'allodola ritardataria, salutati  gli amici, si alzò in volo e senza tanti Tom Tom o altri marchingegni elettronici puntò sicura verso meridione e sparì nell'azzurro.

Arrivò l'inverno, non gelido, ma senza neve. I ghiacciai, ritirandosi, alimentavano sempre meno la falda acquifera che si abbassava mettendo in crisi gli acquedotti, i fiumi sbarrati dalle dighe dell'uomo famelico di energia per alimentare l'industria, non avevano più linfa per l'irrigazione dei campi e anche i raccolti divennero sempre più scarsi. La pioggia non più trattenuta dai muschi e dalle radici del sottobosco dilavava il suolo desertificandolo e facendolo franare, La terra arrancava e ansimava sempre più; non riusciva a mantenere il passo con la corsa sfrenata del progresso umano.

In primavera il gambero, tornando alla natia pozza tranquilla scoprì che era scomparsa. Quel che ne restava a ricordo erano un ponte ristrutturato fra due rive di un greto asciutto infestato dai rovi e puzzolente d'immondizia abusivamente abbandonata fra resti di lavatrici, frigoriferi arrugginiti, bidoni e ferraglie.

Non più vita, se non ratti e qualche cornacchia.

Della garrula comitiva che fino all'autunno precedente animava le chiome degli alberi non c'era traccia. Nessuno era più tornato. Tutti scomparsi, sparpagliati chissà dove, forse neanche più vivi.

Nel frattempo gli uomini, dopo tanto sconquasso, avevano cambiato idea. Le ragioni per l'ampliamento dell'aeroporto erano venute meno e i lavori vennero lasciati a metà, comprese le costruzioni destinate a diventare ruderi ancor prima d'essere manufatti.

Così ridotta la natura aveva bisogno di almeno vent'anni per recuperare solo in parte il suo bosco perduto.

Un cucciolo di uomo che bighellonava nei dintorni ridotti a discarica, vide Pastrocchio, lo legò in cima ad un bastone e lo eresse facendone un bersaglio. Ridottolo a un ammasso di schegge a suon di sassate si rivolse altrove, così vide il gambero e lo catturò.

Lo catturò perché fuori dall'acqua il gambero è vulnerabile. Non potendo schizzar via fulmineo con un elegante colpo di coda, è costretto a camminare come tutti i terricoli. Tentò invano di pizzicare il fanciullo con le chele, ma questi l'aveva saldamente afferrato per il torace e per quanto il crostaceo si dimenasse per divincolarsi, il suo esoscheletro gl'impediva ogni contorcimento.

«Che strano essere» pensò il fanciullo «però è bello. Domani lo porterò alla maestra per sapere di che animale si tratti» e  lo infilò nello zainetto.

Ormai prigioniero senza possibilità di fuga, il gambero si rassegnò e attese speranzoso in un colpo di fortuna, ma la Fortuna, che qualche volta aiuta gli audaci, aiuta  chi si ribella, non chi si rassegna e il nostro crostaceo, avvilito, ormai si era "lasciato andare" .

L'indomani i ragazzi della III A assistettero a bocca spalancata alla dotta lezione della signorina Rosella sui crostacei e all'accorata raccomandazione di rispettare gli animali soprattutto quelli a rischio di estinzione, perché la Terra non è l'unico pianeta che l'uomo ha, ma l'unico che ospita anche l'uomo. La signorina Rosella era una brava maestra e sapeva come andavano raccontate le cose ai ragazzi.

Il gambero tirò uno speranzoso respiro di sollievo: «Ecco un essere umano sensibile. Alla fine della lezione sicuramente mi rimetterà in libertà» pensò fra sé «Un rigagnolo dove rifugiarmi prima o poi lo troverò».

Infatti a mezzogiorno ebbe modo di arrossire di vergogna e di rabbia nella padella della signorina Rosella che, fedele ai suoi principi antispreco, non volle buttarlo in pattumiera, anche se un solo gambero nel piatto è ben poca cosa.

Di ritorno dalla missione rimuginavo tra me. « Si dice che il gambero cammini all'indietro! Niente di più sbagliato; il gambero non è un passatista: procede spedito verso il futuro volgendogli il didietro per progredire senza perdere di vista il passato. Se è finito in padella è per colpa dell'uomo che si vergogna delle proprie radici e volta loro le spalle credendo di poterle ignorare; dell'uomo che lo ha catturato non per bisogno di cibo ma per la pura curiosità di sapere cosa fosse, perché nella barca del progresso il gambero non ci stava, perciò ne aveva dimenticato l'esistenza».

Tornai in redazione e mi presentai al Direttore.

«E allora, hai scoperto cos'è questo fantomatico C.R.A.C.?»

«Certo, Direttore, è il rumore che fanno gli alberi quando vengono accarezzati dalle motoseghe dei nostri associati».

«Che c'entriamo noi? »

« Siamo un sindacato: siamo il S.E.L., Il Sindacato dell'edilizia e del legno no?».

<<Chi è l'anonimo che ha sollevato il polverone?>>

<<Un pappagallo immigrato>>

«E  il gambero?»

«Il gambero è un gambero, finito in padella per recuperare qualcuno dall'ignoranza anziché per saziarne la fame».

 

 

 

 

fine

 

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© 2015 Carlo Antonio Bertolo

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