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PAROLE FRA UN OMEGA E UN ALFA

Me ne sto seduto sulla panchina dei giardini a godermi la brezza del tardo mattino sfogliando il libro dei ricordi. Tengo gli occhi chiusi per non essere distratto dal viavai del traffico, dal momento che ad attutire i rumori ci ha già pensato l'otosclerosi.

Sbobino mentalmente il film della mia adolescenza frugando nella memoria, Intendiamoci,  quella dentro la scatola cranica non nella tavoletta digitale che oggi tutti posseggono, che palpeggiano e  che fa loro da esocerebro tecnologico tanto da avere scalzato i vecchi libri perfino dai banchi di scuola..

Io sono rimasto antico perché sono antico e continuo a vivere all'antica tenendo la memoria stretta dentro la scatola cranica.. Non mi piace correre il rischio che si danneggi, si spenga, vada persa o mi venga rubata da terzi prima di rimbambire al punto di non averne più bisogno. Allora la lascio al sicuro dove madre natura aveva stabilito che ci stesse fin dalle origini.

I giovani obiettano:« Non ce n'è bisogno. perché fare la fatica di memorizzare, perché perdere tanto tempo per tenere a mente poche cose quando  in un attimo si può immagazzinare di tutto e di più?»

Ma il tempo che io ho perso da giovane ad ordinare nozioni nello scaffale dei miei neuroni loro poi lo perdono a ripescarlo fra i bit del magazzino digitale e perché nessuno glielo rubi hanno bisogno di codici, di pass e altri stratagemmi segreti che alla  fine devono essere stivati nella memoria cerebrale se si vuole che restino al sicuro. Memoria che, per essere stata messa in pantofole, stenta a recuperare la sua funzione e se perdi la chiave d'accesso all'esocerebro non c'è più verso di rientrare nel sistema.

E poi, socializzazione a parte, che dire della condivisione del sapere?La diffusione in rete è istantanea, un vantaggio enorme, lo riconosco,  mentre coi libri è lenta, ma dubito che sia più sicura.

Basta che una turbina si fermi, una centrale nucleare collassi,  un fenomeno elettromagnetico naturale provochi un'interruzione totale, (un blackout generale di energia elettrica direbbero gli anglofili) e tutto si ferma di colpo e non sarebbe una sola macchina, un gruppo di macchine a fermarsi; a paralizzarsi sarebbe l'intera civiltà superevoluta. L'abbiamo sperimentato che basta un pirata, (un hacker direbbero gli anglofoni) che entri nella memoria di un elaboratore elettronico, (un computer per gli informatici) e tutto il sapere in esso contenuto istantaneamente implode in un buco nero. E se qualcuno sostiene che un cataclisma globale non sia probabile,  nessuno può garantire che sia impossibile. La tradizione orale del diluvio universale diffusa in tutti i popoli, anche in quelli più isolati dal resto dei loro simili, dovrebbe pur dirci qualcosa. E poi dubito che un disco rigido, (un hard disk per i fan di Jobs) possa durare quanto i manoscritti di Qumran o la memoria orale del diluvio.

Per contro le tribù primitive, (selvagge diremmo noi civili) del bacino amazzonico sopravvivrebbero come i superstiti dell'arca di Noè, senza dipendere dal nostro progreditissimo sapere proprio perché ne sono immuni. Sapere che, micidiale, si ritorcerebbe su di noi, dal momento che senza non sappiamo vivere, perché con le sue comodità ci ha atrofizzato ogni fantasia ed inventiva.

Nostalgico passatista? Tutt'altro. Ne approfitto anch'io della tecnologia, per quanto mi serve. Non per quanto la pubblicità voglia rendermela appetibile, ma per quanto il sistema mi costringe ad usarla sottraendomi i vecchi strumenti che  rende introvabili  o economicamente inaccessibili, non sorpassati nella loro funzione. Senza essere un passatista, pur muovendomi nella luce del giorno cerco di scrutare al di là dell'orizzonte colorato di rosa di un oriente dove il sole sembra nascere mentre è la Terra che ruotando si tuffa nella notte; dove il sole del progresso, dopo essere passato, tornerà a lasciare che il buio dilaghi per consentire al pianeta di riposare, (di rifarsi dallo "stress" direbbero gli allergici all'italico idioma) e di ripartire con un nuovo ciclo di vita. Come tutte le cose, come l'esperienza insegna: dove tutto rinasce, cresce, si riproduce, invecchia e muore. No perbacco! non muore affatto: si riaddormenta per  risvegliarsi e ricominciare come dopo il diluvio.

Aperti gli occhi, attorno a me la vita di tutti i giorni scorre sul nastro trasportatore dell'orologio astrale, fluttuante in una risacca di rumori ovattati, di suoni  indistinti e indistinguibili. Una signora passa davanti spingendo con la sinistra un passeggino tecnogalattico, dove il bimbo si diverte con un iphone giocattolo, mentre lei con la destra ne tiene uno vero incollato all'orecchio e parla, parla a velocità supersonica, sciorinando parole che non sono più parole ma un rosario infinito di lettere incollate una all'altra. Non ha tempo per separarle in lemmi intellegibili.

Quattro fanciulli giocano a pallone sul prato.

Che meraviglia!.

Unico vecchio gioco sopravvissuto, rimasto popolare non per essere divertente e agonistico in quanto tale ma per le tonnellate di banconote  in cui si crogiola e riposa chi lo pratica, chi l'organizza e chi ci gioca scommettendoci come in borsa. Era popolare anche ai tempi, quando bambini giocavamo a piedi nudi sul selciato del cortile tra un allarme e un cessato allarme con una vescica di maiale fra i piedi, perché il pallone vero, quello di cuoio con la camera d'aria e con la stringa non ce lo comperava nessuno. Quando le bambine stavano per conto loro a giocare alla mamma con la pigota: la bambola imbottita di stracci confezionata dalla nonna con i ritagli di sartoria. Bambole che dalle pigote uniche e diversificate, passando attraverso le aristocratiche porcellane fino alla  monogenetica Barbie; palloni che dalla vescica biodiversificata dal maiale stesso  ai modelli indifferenziati e di plastica dei mondiali d'oggi sono stati pietre miliari della storia ludica occidentale.

Il pensiero sfarfalla con le ali delle libere associazioni, che, come lepidotteri,indugiano sui fiori dei ricordi.

All'asilo e a scuola non ci sono più le classi delle piscione separate da quelle virili dei bocia, anzi, non esistono più neanche gli asili. Hanno cambiato nome. Ora si chiamano nido d'infanzia e scuola materna, anche se la funzione non è cambiata.

Questo modo di procedere si chiama innovazione: il  lievito del progresso. Cambiare il contenitore per dare a bere che è cambiato il contenuto è già un passo avanti perché il più delle volte non è neppure necessario: basta cambiare solo l'etichetta. L'unico cambiamento vero pare essere la promiscuità di genere, ma a ben guardare era normale nei cortili delle vecchie fattorie.

Secondo le regole del sillogismo se prima il passare dalla promiscuità del cortile alla separazione di genere nella scuola ha costituito un progresso, il ritornare alle origini non dovrebbe essere un regresso? Invece pare di no, perché anziché rinculare, se fai dietrofront hai sempre la percezione di andare avanti.

Richiudo gli occhi chiedendomi perché il mio spirito dissacratore debba  sempre cacciarmi su qualche terreno minato.

Premesso che Dio fece Adamo e gli sottrasse una costola per dargli Eva come compagna,  dicendo loro andate e moltiplicatevi, mise quei due fantocci nello stesso giardino non in due giardini diversi. La sessualità tanto sbandierata nei secoli come peccaminogena non è forse una contraddizione dottrinale? Una bufala inventata da qualcuno?E poi la storiella della costola è forse diversa da quella della foglia di cavolo o del fagottello della cicogna?

C'è chi sostiene che la verità non sempre vada detta, che a volte per il bene di chi ascolta o per la sua presunta immaturità non debba essere rivelata in toto o in parte. Forse perché costoro non sono capaci di dire la verità in modo corretto e garbato. Forse perché pensano che la verità, come un'oscura minaccia, vada sempre soffocata e che quando finisce per essere urlata perché troppo compressa perda di credibilità.

Perché?

Se detta con naturalezza da due labbra sorridenti è forse meno verità?

Si sprecano fiumi di parole per insegnare al bambino di non dire bugie, minacce per costringerlo a dire sempre la verità, ma con quale esempio? Affogando i suoi perché, la sua sacrosanta e pulita curiosità di conoscere e d'imparare  in oceani di menzogne.

Non è emblematico che il bambino scopra le contraddizioni anche nelle favole che gli raccontiamo?

Se in una favola tutto è accettabile, contraddizioni comprese, nulla però è accettabile nella storia che non sia verità nuda e cruda, e per Storia intendo quella vissuta, non quella narrata.

Il bambino non ha bisogno d'avere studiato la Logica di Aristotele per sapere cos'è il sillogismo non ha neppure bisogno d'imparare come si applichi, perché gli viene naturale, perché è coerenza, perché è genetico in ogni fanciullo. Siamo noi ad atrofizzarglielo col nostro autoritarismo di animale pedagogico, per poi farglielo recuperare sui banchi di scuola con la variante utilitaristica che gl'insegna come rendere credibilmente logica una menzogna.

Così, tra una masturbazione mentale e l'altra è  scesa la sera.

Passato il parossismo del traffico di rientro cala il silenzio. Un silenzio cittadino che è silenzio per modo di dire, che, confrontato col frastuono diurno, è surrogato di pace e tranquillità. È anch'esso un dono del progresso. Ringrazio la mia ipoacusia senile che mi dà l'illusione di tornare ad immergermi nelle notti della mia campagna finita nella preistoria.

Passo passo mi avvio con gli occhi incollati all'asfalto del marciapiedi disseminato di escrementi di provenienza non sempre identificabile. I Vu kumprà e i lavavetri abusivi lasciano i crocicchi per tornare alla sporcizia e all'abbandono dei loro giacigli di clandestini sparsi nelle baraccopoli di periferia, nelle vecchie carrozze abbandonate dello scalo ferroviario, in vecchie case semi diroccate. Qualcuno domani non tornerà al lavoro. Lo troveranno accoltellato da qualche parte, morto senza patria e senza nome per la contesa d'un giaciglio o d'un tratto di strada su cui elemosinare, spacciare, prostituirsi. Anche questo è progresso.Si ode uno strillo di donna, un'invocazione d'aiuto da un fagotto per terra : «Al ladro, aiuto, mi ha scippata!» un'ombra fugge fra i passanti che assistono con indifferenza. Un anziano estrae un telefono cellulare per chiamare la polizia. Alcuni passano evitando il fagotto per non calpestarlo, finalmente c'è chi si ferma e rimette in piedi la malcapitata. Il ladro è scomparso. Forse un delinquente incallito, forse un povero cristo di clandestino affamato senza neppure il diritto di sopravvivere in un paese cosiddetto civile perché fondato sul diritto sì, ma su quello inchiostrato sulla carta, non legato alla morale.Solidarietà, Parola vuota, chissà se la trovo ancora nel vocabolario!Meglio rincasare; coi tempi che corrono per un anziano non è salutare attardarsi troppo, e poi fra non molto chiuderanno anche i cancelli dei giardini. Colpa della droga e degli spacciatori: i pusher.

Pusher, inglesismo che nella nostra lingua suona quasi come una voce onomatopeica, che ricorda il verso di colui che, portando l'indice  alle labbra ti fa: «Sc…….». invitandoti a tenere chiuso il becco e mantenere il più omertoso silenzio. Anche questo appartiene al progresso.

 

 

 

continua

 

 

 

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© 2015 Carlo Antonio Bertolo

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